Con noi della scuola vesuviana di scrittura — oggi con Mena Sorrentino, Domenico Della Pietra e lo scrivente Ciro Scognamiglio, insieme a tutti i convenuti — Nola ha espresso cultura anche in questo.

LETTERE DAL DECUMANO MINORE

Carissimo collega, che frequenti poco la strada vera dell’uomo,
Ciro Scognamiglio – Giornalista di strada
31 marzo 2026

Non si racconta Nola da una scrivania.
La si attraversa. La si ascolta. La si porta addosso.

Con noi della scuola vesuviana di scrittura — oggi con Mena Sorrentino, Domenico Della Pietra e lo scrivente Ciro Scognamiglio, insieme a tutti i convenuti — Nola ha espresso cultura anche in questo.

Non tutte le giornate hanno un nome. Alcune hanno un odore.

Quella di oggi sa di Nola. Sa di pietra vissuta, di mercato che è stato voce, di tradizione che non si piega nemmeno davanti ai ponteggi del restauro. Sa di amicizia antica, quella che non si annuncia ma si riconosce appena varchi una soglia.

Da Mena e Domenico non si entra mai per caso. Si entra come si entra nei luoghi della propria giovinezza: senza bussare davvero, perché una parte di te è già dentro.

Eravamo pochi. E proprio per questo eravamo tutto: noi quattro, Tullio, l’Avvocato, l’amico di scuola di Mena — uno di quelli che non raccontano, ma portano. Portano il Giglio. E già questo basta a dire chi sei, da dove vieni, a quale memoria appartieni.

Perché il Giglio di Nola non è una festa qualsiasi. È un voto, è una storia che affonda nel IV secolo, quando San Paolino tornò dalla prigionia e il popolo lo accolse con gigli tra le mani. Quei gigli, diventati obelischi di legno, sono oggi macchine di fede e di popolo, portate a spalla da uomini che non trasportano solo struttura, ma identità. Il portatore — il cullatore — non regge peso: regge una comunità.

E allora capisci che quell’amico non era lì per caso. Era presenza storica. Era continuità.

La pittografia della giornata è chiara, nitida come un fermo immagine che non vuole sfocare:

entri con l’auto, lentamente, quasi in rispetto.
Il suono del Giglio — che non è suono ma vibrazione — ti attraversa.
A destra il campo mercato, spazio popolare, luogo dove la vita si è sempre contrattata e raccontata.
Poi lo sguardo si alza, e arriva il Duomo.

Anche in restauro, non perde nulla.
Perché ci sono luoghi che non sono solo architettura: sono fede sedimentata.
E qui la fede è doppia. Sacro e sacro.
Il Duomo e il Giglio.
La pietra e il legno.
Il silenzio e il canto.

Due forme diverse della stessa appartenenza.

Dentro casa, poi, la scena cambia ma non si spezza.
La Dottoressa — eccentrica, viva, necessaria — porta quella leggerezza intelligente che solo certe donne sanno dare ai luoghi pieni di memoria.
E Mena tiene insieme tutto, come fanno le donne che non si raccontano ma costruiscono.

Domenico osserva, accoglie, completa.
E tu capisci che non sei ospite. Sei dentro un sistema umano.

Oggi è martedì.
Ma non per noi.

Per noi è stato il sabato del villaggio.

Fuoritempo

Non sono i giorni di festa a rendere grande una vita.
Sono i giorni qualunque che, senza chiedere permesso, diventano memoria.

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