Chi rappresenta tutte e tutti i cittadini?

Napoli 30 marzo 2026

Rispondo a una sollecitazione che mi è arrivata — e non la giro ad altri.
La prendo di petto. Perché qui non si tratta di una pratica. Si tratta di rappresentanza. Si tratta di capire se lo Stato è uno solo… oppure cambia volto a seconda dell’ufficio in cui entri.

A Mario — che per rispetto ometto nel cognome e che chiamerò a testimonianza — rispondo con chiarezza.
Io ho già aperto una lotta. Non come Direttore. Ma come cittadino.

E, se necessario, i prossimi passaggi saranno nelle sedi opportune — fino alla Procura della Repubblica.
Perché quando i diritti diventano interpretazione, non è più amministrazione. È un problema democratico.

Scusate, ma qualcuno può spiegarmi se lo Stato — e dunque anche il Presidente della Repubblica — rappresenta davvero tutti i cittadini, napoletani compresi?

Mi trovo a vivere una condizione di aggravamento.
Non naturale. Non inevitabile. Ma resa tale da inerzie, ritardi, interpretazioni che piegano la norma invece di applicarla.

Eppure i presupposti ci sono.
Sono evidenti. Sono documentati.

Allora la domanda non è più personale.
Diventa pubblica.

Se questo è lo Stato di diritto, siamo davvero entrati nella fase dello sgombero del tavolo:
quando le regole non tengono più, e chi dovrebbe garantirle si ritrae.

Sto affrontando una procedura di aggravamento della mia condizione —
forzata, nei fatti, da una ignavia amministrativa che non può essere scambiata per neutralità.

E allora chiedo:
i diritti riconosciuti dalla legge e dalla Convenzione ONU valgono davvero insieme?
Oppure vengono frammentati, ridotti, reinterpretati fino a perdere senso?

Perché un diritto non applicato non è un diritto sospeso.
È un diritto negato.

E quando questo accade,
non è solo una pratica che si blocca.
È lo Stato che si allontana.

Perché si muore anche senza un contrassegno.
E, a volte, quel contrassegno diventa un segno di isolamento più che di inclusione.

Chiedo:
devo rivolgermi al Garante?
Devo attendere il confronto già fissato in Comune?
O devo accettare che ogni territorio interpreti la norma a modo proprio?

Altri Comuni non hanno sollevato queste difficoltà.
Qui sì. E proprio nel momento dell’aggravamento.

Non è una questione personale.
È una questione di diritti.

Ringrazio il Sindaco per l’ascolto e per aver dato mandato all’assessore di ricevermi.
Ma oggi non basta più la disponibilità: serve chiarezza.

Perché la legge non può cambiare da ufficio a ufficio.
E la dignità non può dipendere da una pratica.

Fuoritempo

Quando il diritto ha bisogno di essere interpretato per esistere, non è più diritto: è concessione.

Ciro Scognamiglio
Giornalista – Direttore Lontani La Traversata

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