UN MISSILE, UN SMS, UNA DIRETTA TV
Quando la guerra entra nella politica-spettacolo
Durante la trasmissione Realpolitik su Rete4 è accaduto un episodio che racconta molto del tempo in cui viviamo.
Il deputato Angelo Bonelli ha letto in diretta televisiva un messaggio ricevuto dal ministro della Difesa Guido Crosetto.
Il testo era semplice e drammaticamente concreto:
«Un missile ha appena colpito la nostra base ad Erbil, non so ancora con che esito. Non ci sono vittime tra il personale italiano».
La prima notizia è quella che tutti speravano: nessun militare italiano è rimasto coinvolto.
Ma il fatto politico e culturale è un altro.
Un tempo notizie di questo tipo arrivavano attraverso comunicati ufficiali, conferenze stampa, note dello Stato Maggiore.
Oggi entrano nello spazio pubblico attraverso uno smartphone letto in televisione.
È il segno di una trasformazione profonda della comunicazione politica.
La velocità dell’informazione ha superato la forma delle istituzioni.
Non è una questione di destra o di sinistra.
Non è una gara tra Bonelli e Crosetto.
È una domanda che riguarda il modo in cui la democrazia comunica la guerra.
Quando si parla di basi militari, di missili e di sicurezza dei nostri soldati, la prudenza dovrebbe restare la prima regola.
Perché tra l’informazione e lo spettacolo mediatico esiste una linea sottile.
La politica ha il dovere di informare.
Ma lo Stato ha anche il dovere di proteggere ciò che riguarda la sicurezza nazionale.
In un mondo attraversato da conflitti sempre più vicini all’Europa, la responsabilità delle parole diventa parte della sicurezza stessa.
La notizia di Erbil ci ricorda che la guerra non è lontana.
E che la comunicazione politica non può ridursi a un messaggio letto davanti alle telecamere.

FUORITEMPO- Una volta la guerra arrivava nei giornali il giorno dopo.
Oggi arriva in diretta sul telefono. Ma la velocità della notizia non deve cancellare il peso della responsabilità.

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