LONTANI LA TRAVERSATA

Tra dolore e responsabilità: quando la fiducia diventa ferita
di Ciro Scognamiglio – 21 febbraio 2026

La notizia che aspettavamo ma che non volevamo è arrivata: Domenico non ce l’ha fatta. Secondo le ricostruzioni riportate oggi, il bambino — due anni e pochi mesi — è morto nella mattina di sabato 21 febbraio 2026, dopo settimane in terapia intensiva all’ospedale Monaldi di Napoli.

Fin qui la cronaca. Ma la cronaca, quando riguarda un bambino e un trapianto, non può fermarsi ai titoli. Perché qui la parola decisiva è una sola: fiducia. La fiducia consegnata alla medicina, alle procedure, ai controlli, alle firme. E quando quella fiducia si spezza, diventa ferita pubblica.

I dati che non possiamo lasciare sfumati

Per rispetto della verità — e per rispetto del dolore — i dettagli contano. Perché i dettagli sono ciò che distingue la fatalità dalla responsabilità.

La madre si chiama Patrizia Mercolino. Le cronache la descrivono originaria di Buscate (Milanese) e residente a Nola, dove ha costruito la sua famiglia.

E non è “solo” la mamma di Domenico: è anche mamma di altri due bambini, un primogenito e una bambina, che a casa aspettavano e speravano. Anche questo è un dato: in certe storie il dolore non è mai isolato, è una casa intera che trema.

Poi c’è il dato più duro: Domenico è stato “tenuto” in vita per settimane da macchinari e cure che, col passare del tempo, diventano sempre più un confine tra salvare e accanirsi. Il 20 febbraio 2026 RaiNews ha riferito del passaggio alle cure palliative concordate con la famiglia, per evitare l’accanimento e garantire un fine vita senza sofferenze.

E c’è un altro dato, giudiziario: diverse testate parlano di indagini e di persone iscritte nel registro degli indagati per ipotesi di reato legate alla vicenda. Non è un dettaglio da gossip: è un indicatore, al momento, del fatto che le responsabilità non possono essere liquidate con una frase neutra.

Due vite tradite, e un terzo tradimento: quello del linguaggio

Quando accade qualcosa del genere, scatta spesso il riflesso peggiore: si parla di “gente”, si allude, si copre, si smussa. Oppure si entra nel linciaggio. Entrambe le strade tradiscono la realtà.

Io lo dico con una ferita personale addosso: vite tradite dalla mia ignavia — così la sento — e dal mio essere determinato, a volte duro, nel difendere la mia pace. Mi chiedo se, nella mia vita pubblica e privata, ho saputo fermare gli ignavi, quelli che falliscono e poi si chiudono in dimissioni e scaricabarile. Mi chiedo se ho saputo insegnare umanità a chi aveva responsabilità tra le mani.

Ma questo non può diventare un alibi emotivo. Perché qui la responsabilità non è astratta: è concreta, è professionale, è procedurale, è umana.

“Non finisce qui”: la madre e la linea tra vendetta e giustizia

Quando una madre dice “non finisce qui”, non sta chiedendo spettacolo. Sta chiedendo che la verità non venga sciolta nell’acqua tiepida delle formule.

E io lo scrivo chiaro: la giustizia non è vendetta.
La vendetta brucia e basta.
La giustizia illumina, ricostruisce, impedisce che succeda ancora.

Questo significa una cosa sola: atti, responsabilità accertate, trasparenza, conseguenze. Senza clamore inutile, ma senza protezioni corporative. E con rispetto anche per ogni altro dolore coinvolto, compreso quello di chi ha donato.

Ai giovani del 3000: tracce, non fumo

Noi concederemo al mondo dei giovani del 3000 — tra 974 anni — queste tracce. I nostri predecessori saranno troppo lontani per rispondere; noi invece dobbiamo rispondere adesso, nel 2026, “sapiens dicasi”, misurando quanto vale davvero la parola civiltà.

Non possiamo lasciare che un angelo muoia e che resti soltanto un vuoto.
Non possiamo ridurre una madre a un titolo.
Non possiamo archiviare tutto come “errore” senza la fatica della verità.

Resta un quadro che non si dimentica: il dolore di una madre che lo guarda.
E resta una domanda che non ammette scorciatoie: chi era responsabile della fiducia affidata a quelle mani?

Shalom.

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