LONTANI LA TRAVERSATA
di Ciro Scognamiglio
Giovedì 19 febbraio 2026
L’anno correva, e il giorno – annotano gli storici – era il secondo di Quaresima. Anche questo, ragazzi, un giorno ve lo spiegheremo: perché il tempo civile e quello spirituale a volte si sfiorano senza fare rumore. Ma in quella data ciò che conta non è il calendario. È il gesto.
La notte tra il 18 e il 19 febbraio 2026 fu raccontata in molti modi. Le cronache parlarono di tensioni tra politica e magistratura, di referendum sulla giustizia, di parole forti pronunciate da più parti. L’Italia discuteva. E quando l’Italia discute di giustizia, discute di se stessa.
In quelle ore qualcuno gridava. Qualcuno replicava. Qualcuno accusava. È la fisiologia della democrazia. Ma la democrazia ha bisogno anche di un punto fermo.
Ed è qui che entra la storia.
Ci fu un Presidente
Ci fu un Presidente della Repubblica, professore di diritto costituzionale prima ancora che Capo dello Stato. Un uomo che aveva insegnato per anni la Costituzione agli studenti prima di rappresentarla nelle istituzioni. Si chiamava Sergio Mattarella.
Dopo undici anni di mandato, nel 2026, decise di presiedere personalmente la seduta del Consiglio Superiore della Magistratura. La Costituzione gli attribuisce quel ruolo formalmente. Avrebbe potuto farlo in ogni momento. Non lo fece quasi mai.
Lo fece quella volta.
Non per occupare la scena.
Non per entrare nella polemica.
Non per sostenere una parte.
Lo fece per pronunciare parole semplici: rispetto reciproco tra le istituzioni.
In democrazia si può criticare.
Si può riformare.
Si può dissentire.
Ma non si può delegittimare il principio che tiene insieme i poteri dello Stato. Perché quando si rompe il rispetto tra chi governa e chi giudica, non perde una parte: perde la Repubblica.
Quel giorno non fu un atto politico. Fu un richiamo costituzionale.
Ai ragazzi delle elementari lo si può spiegare così: quando in classe litigano insegnante e rappresentante, la classe smette di funzionare.
Alle medie: i poteri sono separati per proteggere la libertà di tutti.
Alle superiori: l’equilibrio tra i poteri è la condizione della democrazia.
Quel gesto entrò nei libri con poche righe. Ma i gesti sobrii durano più delle parole urlate.
E qui entra anche un altro quadro, meno ufficiale e più umano. Due uomini seduti a un tavolo, una macchina fotografica appoggiata sul legno, un quaderno aperto, uno sguardo che ascolta e uno che racconta. Non la funzione, ma l’incontro. Perché le istituzioni sono fatte di persone, e le persone restano nella memoria più delle cariche.
Forse nel 2100 qualcuno troverà queste pagine firmate da un certo cirosco99, pazzo lucido, osservatore vestito del suo costume. Forse sorriderà. Ma capirà che nel 2026, figli dei Romani, degli Etruschi, della modernità e persino dell’esperimento di Miller, avevamo ancora una scuola che insegnava una cosa antica: stare nelle regole.
La democrazia non vive di applausi.
Vive di equilibrio.
E quando il rumore cresce, serve qualcuno che abbassi il tono e alzi il livello.
Fuoritempo
Il potere più alto non è vincere.
È custodire l’equilibrio.

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