DECUMANO MINORE – CHIANURA / RECANATI DEL SUD
di Ciro Scognamiglio
Direttore Lontani La Traversata
Fuori dal teatro ieri – e oggi a voi il racconto – 16 febbraio 2026
Le carrozze sono partite in una serata a scroscio. I cavalli, impazienti all’acqua, scalciavano sul selciato sporco di fango e di vita, e anche di quella merda che nelle città vere non si cancella ma si attraversa. Sabato 14 febbraio ha inciso un’altra pietra miliare a Pianura, Chianura, Recanati del Sud. Lo scrivente, oriundo insediatosi qui quarantacinque anni fa, ha visto crescere questo territorio come si guarda un figlio che trova la propria voce. E mentre la scena si apriva mi sono chiesto: questa storia la racconteranno ai ragazzi del 3000? Io lo vedrò?
C’è un momento in cui il teatro smette di essere rappresentazione e diventa restituzione civile. Accade quando la scena non si limita a indossare costumi del Settecento, ma si assume il peso della Storia e la riporta tra la gente, nei quartieri, nei luoghi dove la memoria rischia di scolorire. È ciò che ha fatto il regista Marasco con Nei giorni della Libertà, lavoro che non si accontenta di raccontare il 1799, ma lo attraversa come una ferita ancora aperta.
Il quadro scenico è una sintesi potente: i lazzari, i sanfedisti, il prima e il dopo la rivoluzione napoletana, il Re Nasone che resta, i francesi che fuggono, le promesse tradite e le illusioni repubblicane consumate in pochi mesi. Non è una rievocazione didascalica. È un conflitto morale portato sul palco. È la Napoli che si interroga su se stessa.
Marasco legge la Storia come materia viva. La fuga dei francesi non è solo episodio militare, ma metafora di una città lasciata a fare i conti con le proprie divisioni. I tradimenti non sono semplici svolte politiche, ma l’eterna oscillazione tra speranza e paura che accompagna il popolo napoletano. In scena si avverte il peso di una civiltà complessa, stratificata, mai riducibile a stereotipo.
Il Principe, fiero e immobile nella sua veste dorata, incarna il potere che resiste. I volti popolari restituiscono la carne viva dei vicoli. Il personaggio centrale, quasi asse morale, diventa la voce che prova a tenere insieme fratture e passioni. Non c’è caricatura. Non c’è folclore. C’è tensione storica.
Ma ciò che rende questo lavoro straordinario non è soltanto la ricostruzione del 1799. È il luogo da cui nasce. Una compagnia che lavora a Pianura, con spirito di servizio, intrecciando professionisti e ragazzi speciali, giovani del territorio che trovano nel teatro uno spazio di crescita, disciplina, dignità. Questa dimensione sociale non è un dettaglio: è la radice dell’opera.
Il teatro qui diventa educazione civica. Diventa palestra di memoria. Diventa alternativa al silenzio delle periferie. In un tempo che spesso consegna ai giovani solo consumo e distrazione, L’Altra Scena costruisce invece consapevolezza. La Storia di Napoli viene letta non per nostalgia, ma per responsabilità.
Il 1799, nel testo di Marasco ,e Enzo Russo la regia – non è una pagina chiusa. È una domanda aperta: cosa resta oggi di quella frattura tra popolo e potere? Chi sono i lazzari contemporanei? Chi tradisce e chi resiste? Il teatro non fornisce risposte semplici, ma costringe a guardare.
E qui si colloca il mio sguardo di recensore. Non mi interessa l’applauso facile. Mi interessa la coerenza culturale. Questo lavoro possiede una linea chiara: studiare Napoli partendo dalla sua storia per restituirla ai suoi figli. È un atto pedagogico prima ancora che artistico.
La scena che ho voluto fissare in quadro è sintesi di tutto questo. Non solo cinque personaggi in costume, ma un’epoca compressa in un gesto. Un teatro che contempla la realtà leggendo la Storia. Un regista che non teme la complessità. Una compagnia che opera nel territorio senza clamore, ma con tenacia.
Nel Decumano Minore, tra Chianura e Recanati del Sud, questo spettacolo assume un valore ulteriore. È dimostrazione che la cultura non è monopolio dei centri storici monumentali. Può nascere dove c’è volontà, studio, spirito di servizio.
Plaudo a questo lavoro perché è serio. Perché è documentato. Perché non tradisce la materia che tratta. Perché mette insieme generazioni. Perché restituisce alla parola “popolo” una dignità che la politica spesso consuma.
Il teatro, quando è fatto così, non è evasione. È coscienza. È memoria che cammina. È Napoli che si guarda allo specchio senza paura.
E se le carrozze di quella sera hanno lasciato solchi nel fango del selciato, il segno vero è rimasto nelle coscienze. Forse un giorno qualcuno racconterà che in un quartiere chiamato Pianura un gruppo di uomini e ragazzi scelse di fare teatro come atto civile. E allora sì, sarà storia da consegnare ai ragazzi del 3000.
FUORITEMPO –
La Storia non passa.
Resta nel fango del selciato
e aspetta chi ha il coraggio
di rimetterla in scena.

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