LONTANI LA TRAVERSATA

Fondo politico-istituzionale

 Di CIRO SCOGNAMIGLIO 17 febbraio 2026

Dopo il “Ni” viene il tempo della scelta. Non c’è più la terra di mezzo. Quando una riforma tocca la Costituzione e l’equilibrio tra poteri dello Stato, il voto non è un gesto tecnico: è un atto politico. E lo è per tutti.

Il confronto esplode attorno alle parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che richiama dichiarazioni del magistrato antimafia Nino Di Matteo sulle degenerazioni correntizie del Csm. Nordio parla di “meccanismo para-mafioso”, di “verminaio correntizio”, invoca il sorteggio come soluzione strutturale dopo lo scandalo legato a Luca Palamara.

Di Matteo replica con nettezza: la riforma, sostiene, non risolve il problema ma rischia di aggravarlo, accentuando un possibile controllo politico sull’autogoverno della magistratura e mettendo in pericolo le garanzie dei cittadini. Non è solo una disputa personale: è una divergenza di visione sul cuore della separazione dei poteri.

Nel dibattito interviene anche Maurizio Gasparri, che difende il ministro e rilancia: lo scandalo Palamara avrebbe mostrato una lottizzazione politica intollerabile, da spezzare proprio con il meccanismo del sorteggio, anche per i membri laici del Csm.

Qui sta il nodo:
– per i sostenitori della riforma, il sorteggio rompe le correnti e libera la magistratura dalle logiche di cordata;
– per i contrari, introduce un vulnus democratico e apre la porta a un controllo politico più stringente.

Non è un dettaglio tecnico. È architettura costituzionale.

Chi sceglie il “No” lo fa perché teme un indebolimento dell’autonomia della magistratura. Chi sceglie il “Sì” lo fa perché vede nel sistema attuale una degenerazione già consumata. Due paure diverse. Due diagnosi opposte della stessa malattia.

Il punto più delicato, però, non è lo scontro tra Nordio e Di Matteo. È la qualità del linguaggio pubblico. Quando si evocano parole come “mafia” riferite al Csm, si entra in un terreno che chiede misura, memoria, responsabilità storica. Le parole non sono slogan: costruiscono o distruggono fiducia nelle istituzioni.

E qui la domanda resta sospesa:
si sta davvero riformando per migliorare l’equilibrio dei poteri, o si sta rispondendo a una crisi con un colpo di leva che rischia di spostare troppo il baricentro?

Il referendum non è una resa dei conti tra destra e sinistra. È un giudizio su un modello di Stato. E chi vota, vota su questo.

FUORITEMPO

Non esistono riforme neutrali quando toccano la Costituzione: o rafforzano l’equilibrio, o lo inclinano. Sta al cittadino capire da che parte pende la bilancia.

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