FONDO – ULTIMO DI CARNEVALE
Napoli 17 febbraio 2026
C’è sempre un ultimo giorno di Carnevale, l’ultimo prima che le maschere cadano da sole, senza bisogno di strapparle, l’ultimo in cui il rumore sembra più forte della realtà, l’ultimo in cui si ride, si canta, si urla come se bastasse alzare la voce per tenere lontano il peso delle cose vere. Poi arrivano le Ceneri e con le Ceneri torna la gravità del tempo, torna la misura, torna la nudità dell’esistenza, torna la verità che non si lascia travestire.
Succede ogni anno e ogni anno facciamo finta di sorprenderci, come se non sapessimo già che dopo le Ceneri verrà Pasquarella, con i canti che bussano alle porte e ricordano che la vita insiste sempre; poi l’estate, il Ferragosto delle spiagge piene e delle promesse leggere; poi il tempo dei Morti, quando si abbassa la voce e si torna a parlare con chi non c’è più; poi il Natale, con le luci che tentano di convincerci che il bene vince sempre. È il calendario degli uomini, un calendario costruito per resistere alla paura e al tempo, per dare ordine al caos e speranza alla fragilità.
Ma mentre contiamo le feste e attraversiamo le stagioni c’è una verità che non entra nel calendario, una verità che non conosce pause né tradizioni: la guerra non ha Carnevale, non ha Ceneri, non ha Natale, non ha Pasqua. Sta sempre lì, appena fuori dalla porta, silenziosa e concreta. Non aspetta di mascherarsi e non aspetta di svelarsi. Non chiede permesso e non conosce tregue.
Per questo l’ultimo giorno di Carnevale oggi non è solo la fine di una festa ma un confine simbolico: da una parte il bisogno umano di sorridere, di alleggerire, di respirare; dall’altra la realtà che chiede coscienza, responsabilità, maturità. Ridere resta necessario perché è difesa della vita. Festeggiare resta umano perché è memoria di comunità. Ma c’è una verità semplice, antica e dimenticata che va ripetuta senza retorica: le maschere servono per giocare, non per nascondersi.
Perché quando una società comincia a vivere dietro le maschere, quando il consumo sostituisce il senso, quando il rumore copre il pensiero e la festa diventa fuga invece che rito, allora la realtà non resta fuori a lungo. Entra, senza bussare, senza chiedere se è Carnevale o Natale. Entra e basta. E davanti alla realtà non c’è travestimento che tenga: resta soltanto la verità degli uomini e la responsabilità delle loro scelte.
E allora, in quest’ultimo giorno, l’uomo di strada si ferma davanti a un ragazzo con una trombetta in mano e i coriandoli tra le dita e gli parla piano, senza spegnere la sua festa ma senza mentirgli: tienili stretti quei coriandoli, non sono carta, sono la prova che sai ancora fare luce mentre il mondo fa buio. Ma ricorda: la festa vale solo se non ti spegne gli occhi.
Poi quello stesso uomo si volta verso i genitori, verso le madri e i padri di questo tempo inquieto, e non fa prediche, pone una domanda che è insieme antropologica e di fede: siete mammiferi di questo pianeta o siete diventati soltanto clienti del pianeta? Perché qui si nasce per respirare, non per consumare.
Io, che pure sono come sono, quando mi guardo allo specchio non mi riconosco mai del tutto: non mi vedo a mia immagine chirale, lo specchio restituisce solo metà, e l’altra metà la cerco negli altri, nella coscienza, in Dio. E allora vi chiedo: voi come andate quando restate soli davanti allo specchio, senza maschera, senza filtri, senza scuse?
Se la risposta non arriva, non spaventatevi: vuol dire che siete ancora vivi. Ma una cosa resta certa, semplice come una verità antica: non fatevi rubare la coscienza con una manciata di coriandoli. La trombetta suoni pure, perché la vita deve fare rumore. Ma il cuore resti sveglio.
FUORITEMPO. Sempre vigili. Il cuore sveglio.

Lascia un commento