QUALE TEATRO?
14 FEBBRAIO – SAN VALENTINO
di Ciro Scognamiglio (lucido, folle, nessuno)
Ho visto quattro uomini seduti attorno a un tavolo che non vede mai una partita.
Ho visto il nostro tempo nudo.
Ho visto un attore respinto ai provini continuare a parlare di cinema come fosse redenzione.
Un barbiere rovinato dal gioco perdere tutto senza perdere la voglia di restare dentro la stanza.
Un professore universitario sospeso per aver colpito uno studente che lo aveva corretto alla lavagna, incapace di sopportare l’umiliazione pubblica dell’errore.
Un becchino balbuziente lavorare tra uomini che non parlano e custodire la morte come unica compagnia stabile.
Ho visto Jucatùre (I Giocatori) al Teatro Diana.
E non ho visto una commedia, ma una diagnosi antropologica.
Quattro presunti marginali che nella casa del professore mettono in scena il fallimento come forma di dignità, mentre fuori la metropoli recita il successo come forma di menzogna.
La rapina evocata non è cronaca nera ma desiderio di riconoscimento in una società che misura l’uomo in base alla moneta e non alla coscienza.
Il tavolo verde non è gioco ma altare laico.
Tribunale senza giudici.
Confessionale tra pari.
E lì ho capito perché mi sono fermato dalle analisi politiche.
Perché la politica oggi è teatro mal recitato e la fuffa incarnata ha sostituito il pensiero.
Perché i casi seriali trasformano il dolore in consumo mediatico e io non scrivo per alimentare rumore ma per trattenere senso.
Ho ascoltato i commenti eleganti fuori dal teatro e ho capito che molti non hanno capito nulla.
Applausi misurati nei punti sbagliati.
Silenzi nei passaggi che chiedevano coraggio.
Il pubblico comodo non ama essere punto.
Eppure il teatro, quando è vero, punge.
Obbliga a ruotare il collo in un’epoca in cui i cosiddetti normali camminano con un perno fisso al centro delle vertebre cervicali, guardando solo dove conviene non pensare.
I quattro sul palco la testa la girano.
Nominano il fallimento.
Lo attraversano.
Lo condividono.
E in questo gesto diventano centrali.
Perché la periferia del margine è la vita reale, mentre il centro presunto è spesso periferia della coscienza.
Io sono giornalista di strada.
Non scrivo per mangiare ma per fare storia.
Non cerco lettori distratti ma donne e uomini liberi.
14 febbraio, San Valentino, per me non è retorica dei fiori.
È dire la verità scomoda a chi ti è accanto.
Restare seduti fila 16, posto 23 e 21, e condividere lo stesso sguardo sapendo che amare significa non mentire.
Sono lucido.
Sono folle.
Sono nessuno.
Ma scrivo.
E continuerò a scrivere.
Mi mancano 74 anni per arrivare a 146, e chi dice che non sia possibile in questa biologia che allunga la vita?
Ma la vita si allunga davvero solo quando ha una direzione.
E la mia direzione è testimoniare che il margine pensa mentre il centro rumoreggia.
Questo è il teatro che scelgo.
Questo è il teatro che faccio anche scrivendo.
FUORITEMPO – TEATRO della vita “I MALTRATTATI “ – se ne parla?!



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