FONDO – Satira politica
Il “NI” di un uomo libero tra consenso, propaganda e coscienza
di Ciro Scognamiglio 12 febbraio 2026
Napoli – C’è una distanza sottile ma decisiva tra il consenso e la coerenza. È quella che separa chi costruisce visibilità cavalcando paure e umori collettivi e chi, invece, sceglie di restare fedele a una posizione anche quando questo significa rimanere solo.
Il caso politico di queste ore lo mostra con chiarezza. Roberto Vannacci, dopo aver ottenuto un forte consenso elettorale e una grande esposizione mediatica grazie a un libro che ha fatto discutere anche all’estero, ha collocato rapidamente il proprio gruppo parlamentare a sostegno della fiducia al governo. Una scelta letta da alcuni come realismo politico e da altri come la conferma di una dinamica tipica del nostro tempo: il passaggio veloce dalla protesta identitaria alla stabilizzazione istituzionale.
È un meccanismo ormai ricorrente nella politica contemporanea, dove il consenso si costruisce spesso su parole forti e si consolida poi dentro equilibri di potere più tradizionali.
Nelle stesse ore, un’altra polemica ha acceso il dibattito pubblico: l’uso simbolico dello sport e dell’immagine dei giovani dentro campagne politiche legate al tema delle Olimpiadi e a messaggi di schieramento. Anche qui la questione non riguarda solo il merito delle posizioni, ma il metodo: quando lo sport diventa strumento di propaganda, il rischio è spostare il confronto dai contenuti alla suggestione emotiva.
Dentro questo scenario prende forma una posizione che non è disimpegno né neutralità: è quella del “NI”. Un “NI” che rappresenta una scelta di libertà, la volontà di non aderire automaticamente a logiche di schieramento e di mantenere autonomia di giudizio.
A 72 anni, dopo una vita trascorsa nella scuola e nel lavoro educativo, questa posizione assume un valore esistenziale prima ancora che politico: rifiuto del piazzismo, difesa della dignità personale, fedeltà alla propria coscienza.
Ed è proprio qui che la satira diventa strumento di lettura del presente. Perché non manca, nel clima esasperato del dibattito pubblico, chi interpreta il dissenso come fastidio personale. Non manca perfino chi, in forma paradossale, sembra auspicare il silenzio definitivo di chi continua a parlare fuori dai recinti.
A questa tensione risponde l’immaginazione ironica: come se, aprendo una nuvola, una voce superiore si affacciasse a dire che non c’è alcuna urgenza di chiamare chi disturba con le sue parole libere. Anzi, meglio che resti sulla terra a fare il proprio mestiere: quello di ricordare che la libertà di coscienza non è un fastidio, ma una necessità democratica.
È una satira che non colpisce persone, ma atteggiamenti: la paura del dissenso, il desiderio di uniformità, la tentazione di ridurre la complessità a tifo.
Il “NI”, in questo senso, diventa una forma di resistenza civile. Non è indecisione, ma scelta consapevole di non farsi trascinare nei meccanismi della polarizzazione permanente.
In un tempo dominato da slogan e appartenenze rigide, questa posizione appare controcorrente. E proprio per questo conserva un valore prezioso: ricordare che la credibilità pubblica non nasce dal numero dei consensi raccolti, ma dalla coerenza con cui si resta fedeli alle proprie convinzioni nel tempo.
A volte, infatti, il gesto più difficile non è dire sì o dire no.
È avere il coraggio di restare semplicemente liberi.
FUORITEMPO.
Così mi definisco da trent’anni davanti ai giornali.
Fuori dal tempo dei consensi rapidi, delle appartenenze automatiche, delle parole che cambiano direzione a seconda del vento.
#Fuoritempo non significa essere in ritardo.
Significa camminare su un’altra misura: quella della coscienza.
Perché il tempo della verità non corre.
Resta.
E aspetta che qualcuno abbia il coraggio di abitarlo.
E forse, se davvero qualcuno dall’alto dovesse affacciarsi sulle nuvole del nostro presente, non direbbe nulla di nuovo.
Direbbe solo, con antica pazienza:
“Li riconoscerete dai loro frutti.”
(Vangelo secondo Matteo, 7,16)
E guardando i frutti di oggi — parole urlate, coerenze smarrite, consensi coltivati come raccolti di stagione — forse sospirerebbe con ironia:
non perché l’uomo sbaglia,
ma perché continua a ripetere gli stessi errori credendo ogni volta di essere moderno.
E così, anche nel rumore del tempo presente, resta sempre aperta la stessa domanda:
non chi vince,
ma chi resta libero.

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