COSTUMI – ARTICOLO DI FONDO

’O re re maltrattati! ’O professore!

di Ciro Scognamiglio e Pasquale Caputo
Martedì 10 febbraio 2026 – Giorno del Ricordo (Foibe)

Scusate, ma in un modo o nell’altro la solfa è la stessa del 27 gennaio 2026, Giornata mondiale delle vittime dell’Olocausto.
Quando in questo Paese la memoria torna a bussare, lo fa sempre con la stessa domanda: abbiamo capito o stiamo solo commemorando?
È da qui che nasce questo fondo. Da qui e da una parola che non ci abbandona mai.

M A L T R A T T A T I.
Sempre.

Antropologia civile del fare quando non conviene

di Ciro Scognamiglio

Quando in Italia si pronuncia la parola vinti, l’eco è antica e potente. Porta con sé l’idea che il destino sia una forza naturale a cui obbedire, che la storia sia un fiume impetuoso e noi solo corpi trascinati. È l’ombra lunga de I Malavoglia: dignità, sì; resistenza morale, sì; ma immobilità. È una grande lezione letteraria. Non è una via d’uscita civile.

Noi non siamo Malavoglia.
Noi siamo maltrattati.

La differenza non è semantica, è antropologica. Il vinto subisce e resta. Il maltrattato subisce e sceglie. Sceglie se tacere o parlare, se piegarsi o stare in piedi, se trasformare la ferita in rassegnazione o in atto. Il maltrattamento non definisce l’identità: la mette alla prova. E quando la prova è superata, nasce il soggetto.

Il Professore è un maltrattato che non ha mai rinunciato al ruolo.
A settantadue anni un “posto al sole” in Parlamento lo avrebbe avuto. Una sola volta ha attraversato quella soglia, con i Verdi Arcobaleno, con Antonio D’Acunto. Ha visto l’urlatore di piazza, la scorta, il teatro del rumore che scambia il volume per incidenza. La domanda è semplice, senza moralismi: incide?
Ai posteri l’ardua sentenza. L’impegno va rispettato. Ma non ogni luogo di potere è una leva. Non ogni poltrona è una responsabilità. E non poteva essere questo il mio costume, già abbastanza maltrattato dall’ignavia dell’uomo per indossarne uno che confonde il gesto con la carriera.

Non racconto ancora la barca.
Se mi chiamano, racconto da dove veniamo. Non so chi siamo fino in fondo, non so dove andiamo: lo sanno i profeti, non gli uomini. So però una cosa che basta a tenere la schiena dritta: non ci fermiamo. Io e Pasquale, due storie simili incontratesi per caso, che non cercano investiture ma ascolto.

C’è chi ironizza: “E se faceste un partito dei maltrattati?”.
Risposta netta: non per dozzine, non per colore, non per mercato. Ma non illudetevi. Se ci mettessimo in moto, un 3–4% lo toccheremmo. Non girando l’Italia – le gambe non funzionano – ma lavorando di testa. Sindacalismo di strada, cariche avute, storie attraversate: non per occupare spazi, per aprire varchi.

Questo è un Paese dove “un posto al sole” non manca.
Noi lo viviamo da maltrattati, non da Malavoglia. Non restiamo aggrappati alla sventura per fedeltà alla sconfitta. Se la barca non regge più, si cambia rotta. Non per fuggire, ma per salvare la memoria e restituirle futuro.

Ai ragazzi del 3000 lasciamo tracce.
A quella data non ci sarà nessuno di noi, ed è irrilevante. Conta ciò che resta: parole, segni, scelte. Io ne ho da settantadue anni, più quelle che il mastro del tempo concede. Il “posto fuori dall’inferno” è già occupato; si parla di Purgatorio, di consacrazioni scritte da Divina Commedia. Dante finge di non conoscermi; io il fio l’ho pagato. Si va avanti lo stesso. Satira umana, senza sconti: la vita è nelle nostre mani.

Chi ci legge è spesso uomo o donna di Stato, eletto, con responsabilità reali. A loro non chiedo adesioni. Chiedo lettura dei fatti. Chiedo di coniugare il verbo che conta.

Il verbo FARE – coniugazione civile del maltrattato

Indicativo Presente
Io faccio: quando non conviene, senza palchi, senza scorte.
Tu fai: quando il silenzio è comodo ma non è giusto.
Egli/Ella fa: se ha capito che la funzione precede il ruolo.
Noi facciamo: insieme, non per somma ma per attrito.
Voi fate: se distinguete tra comando e responsabilità.
Essi fanno: quando il fare non produce applausi.

Indicativo Futuro Prossimo
Io sto per fare: adesso, non “quando sarà il momento”.
Tu stai per fare: con ciò che hai, non con ciò che ti manca.
Egli/Ella sta per fare: assumendosi le conseguenze.
Noi stiamo per fare: lasciando tracce leggibili.
Voi state per fare: correggendo rotta senza vergogna.
Essi stanno per fare: anche senza ringraziamenti.

Maltrattati, sì.
Vinti, no.
Non vendiamo. Lasciamo tracce.
E finché si continua a fare, la storia resta aperta.

Fuoritempo: Nessuno!

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