SI ACCENDERÀ MAI LA LAMPADA?
SPORT del Giovedì 5 febbraio 2026
di Ciro Scognamiglio
Io ascolto i giovani e parlo di loro, con loro. Non ho interessi commerciali. Questo lavoro nasce dal tentativo di praticare un’antropologia reale della vita, non un commento sportivo.
Lorenzo Insigne ha dichiarato, in un’intervista radiofonica, di aver chiesto una cifra simbolica pur di tornare a giocare in azzurro. La società ha valutato l’ipotesi, poi ha scelto una direzione diversa, coerente con logiche tecniche, anagrafiche e di mercato.
La notizia, in sé, rientra nella normalità del calcio contemporaneo. Il suo significato, però, supera il fatto sportivo.
Il calcio viene definito sport, ma la sua funzione storica e sociale va oltre la competizione regolata. È un rito collettivo, un dispositivo simbolico che attraversa generazioni, quartieri, famiglie. Per questo alcune decisioni non producono soltanto effetti tecnici, ma incidono sul modo in cui una comunità si riconosce e si racconta.
In questo quadro, la figura di un calciatore non coincide esclusivamente con il rendimento atteso o con il valore economico. Esiste un capitale immateriale fatto di esperienza, cadute, riconoscibilità, appartenenza. Un patrimonio che non entra nei bilanci ma agisce nello spogliatoio, nello sguardo dei più giovani, nella memoria collettiva.
L’attuale modello calcistico privilegia la freschezza atletica, la proiezione futura, la sostenibilità economica. È una scelta legittima e comprensibile. Resta aperta, tuttavia, una questione più ampia: se nel calcio di oggi esista ancora spazio per il valore non misurabile, quello che non si traduce in plusvalenza ma in trasmissione.
Il tema non è il ritorno mancato di un singolo giocatore. Il tema è cosa il calcio abbia progressivamente sostituito nel suo rapporto con la società che lo sostiene.
La domanda, allora, non riguarda un nome, ma il sistema: si accenderà mai la lampada su ciò che il calcio è stato e su ciò che potrebbe ancora essere?
Il resto lo dirà il disegno.
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