INTERVISTA a #PASQUALE #CAPUTO
ATTI DI UNA SERATA
MALTRATTATI DALLA GIUSTIZIA
Quando una voce chiede ascolto e la strada diventa redazione
Pianura (Napoli), 28 giugno 2025
Occhiello
Dal Decumano di Pianura una testimonianza che attraversa quarantacinque anni di ingiustizia. Non una presentazione, ma un atto pubblico.
Sommario
Il libro di Pasquale Caputo diventa racconto vivo. Una serata senza palco né filtri, nei pressi del suo ex locale di lavoro. Il Direttore di Lontani la Traversata sceglie di non commentare, ma di accompagnare la voce dell’autore all’ascolto. Dopo la firma, l’intervista integrale.
L’ARTICOLO
02 febbraio 2026
di Ciro Scognamiglio
Direttore – Lontani la Traversata
Ho presentato l’opera di Pasquale Caputo, Maltrattati dalla giustizia, nel solo modo che considero onesto per chi fa informazione: l’incontro diretto, frontale, senza protezioni narrative.
Perché esistono storie che non si spiegano: si attraversano.
È accaduto il 28 giugno 2025, a Pianura – Recanati del Sud, nel tempo sospeso del Sabato del Villaggio. Non in una sala conferenze, ma nei pressi di un ex locale di lavoro, oggi diventato luogo simbolico di una ferita aperta. Un luogo che ritorna anche nella pittografia che accompagna questo racconto.
Non è stata una presentazione letteraria.
È stata una chiacchierata tra uomini liberi, senza palco, senza microfoni protettivi, senza distanza.
Nota
James La Motta, sempre positivo alla nostra amicizia, mi ha onorato del suo aiuto come operatore.
Lui, il mio amico regista.
A lui va un ringraziamento sobrio e sincero.
Non esiste ancora un montaggio video.
Siamo alla ricerca di un tecnico montatore da aggregare alla nostra piccola squadra.
Verrà anche il tempo delle mele.
L’incontro si è svolto al Giardino d’Autore – Caffè Letterario, presso Bar La Fiorente & Flor Garden, in Via Cannavino. Un presidio culturale nel cuore della periferia Ovest di una città metropolitana che chiamiamo Napoli, ma che spesso fatica ad ascoltare i suoi margini.
Qui non si è “parlato di un libro”.
Qui si è messa agli atti una vita.
Chi fa il mio mestiere, quando incontra storie come questa, non ha il diritto di ridurre una voce a sintesi. Il dovere è un altro: accompagnare all’ascolto.
Per questo, quella sera, ho detto a Pasquale Caputo una sola cosa:
«Io ci sto. Raccontami.»
Da quel momento la parola è diventata responsabilità pubblica.
Non prometto soluzioni, non anticipo sentenze. Mi assumo l’impegno di bussare, insieme a lui, alle verità risolutive di speranza.
Non sarai solo.
Ti accompagnerò all’ascolto.
E se nessuno sentirà, la strada e i muri ci ascolteranno.
Per questo, dopo questa firma, non troverete un commento.
Troverete la voce integrale di Pasquale Caputo.
Chi vuole esserci, deve leggere.
Perché non è questo articolo a fare la storia: è la sua parola sulla carta.
✍️ Ciro Scognamiglio
Direttore – Lontani la Traversata
Antropologo di strada del Decumano
L’INTERVISTA – TRASCRIZIONE INTEGRALE
(Segue senza tagli né sintesi)
Una passeggiata verso l’ultima tappa.
Ci siamo mangiati una banana insieme e siamo arrivati davanti al mio ex negozio, se così si può ancora chiamare.
Da qui è partito tutto.
Da qui è partita la condanna familiare.
Una condanna a morte lenta, inflitta a una famiglia che lavorava.
Da qui è iniziata la fine di mia madre e di mio padre, consumati dall’amarezza di una grande ingiustizia.
Un dolore che prima entra nell’anima e poi percorre tutta la vita, come una tempesta inflitta senza colpa.
Da qui è iniziata l’odissea della mia famiglia.
Un’ingiustizia che si è susseguita nel tempo, portata avanti da persone che avrebbero dovuto tutelarci e che invece ci hanno spinto nel baratro di una vita fatta di amarezze, delusioni, insoddisfazioni.
Speranze date e poi bruciate.
Dopo anni di questo susseguirsi di ingiustizie, è come se avessi subito più di una strage.
Per chi condanna una persona all’ergastolo, una vita vale trent’anni.
Io sono 45 anni che combatto questa ingiustizia.
Tutto nasce da una gravissima ingiustizia che esiste nel nostro Stato.
Così ci hanno condannato a morte civile.
Io continuo a combattere perché so distinguere le cose giuste da quelle ingiuste.
Le persone che ho incontrato lungo il percorso hanno spesso versato solo lacrime.
Ci sono state sentenze a favore, ma non sono mai state portate a termine, nonostante documenti evidenti e interventi delle istituzioni.
Questo era il lavoro creato da mio padre, artigiano, un vero fiore all’occhiello.
Dal 1959 fino alla catastrofe.
Ho fatto uno sciopero della fame di otto giorni per far valere sentenze dello Stato italiano.
E oggi mi ritrovo ancora qui.
Ancora speranzoso, nonostante la distruzione economica di una famiglia quantificabile in 45 anni di vita.
I veri criminali sono quelli che esercitano potere all’interno delle istituzioni.
A mio padre è stata tolta perfino la volontà di votare.
I miei genitori sono finiti così.
Io sono ancora qui.
A chiedere.
Mi sento ancora figlio di questo Stato, che avrebbe dovuto proteggere e invece ha messo una famiglia sul patibolo.
Io sono una persona onesta, un lavoratore.
La Costituzione dice che la Repubblica è fondata sul lavoro.
Quel lavoro ci è stato profanato.
Credo ancora in una giustizia, non quella degli uomini, ma quella che porto nel cuore.
Questa è la mia giustizia.
Da qui nasce il mio libro Maltrattati dalla giustizia.
Io sono Pasquale Caputo.
Ringrazio le persone del quartiere, di Soccavo, Pianura, Bagnoli.
E con mio fratello Ciro Scognamiglio, grande amico e giornalista che cerca le verità degli uomini calpestati, posso dire una cosa sola: solo chi ha vissuto sa ascoltare.
Io continuo per la mia strada.
Scriverò altri libri.
Perché la verità, alla fine, sconfigge le ingiustizie.
FUORITEMPO – CERCHIAMO LA GIUSTIZIA QUELLA CHE ESISTE!

Lascia un commento