COSTUMI

La fuffosità come sistema

Napoli 02 febbraio2026

Questo editoriale prende le mosse da Lettera rubata, titolo noto della letteratura, qui citato non come proprietà intellettuale o artistica, ma come chiave di lettura. Le idee non si possiedono: si attraversano. Io sto fra coloro che tentano di pensare, non sopra di loro.

Oggi la “lettera rubata” non è un oggetto narrativo: è un fatto culturale. Sono le parole essenziali sottratte al discorso pubblico e sostituite da un linguaggio elegante, abbondante, innocuo. È da qui che nasce una parola necessaria per descrivere il nostro tempo: fuffosità.

La fuffosità non è ignoranza e non è superficialità. È un metodo. Un sistema raffinato che consente di parlare molto senza arrivare mai alla verità, dando però l’illusione di averla sfiorata. Non nega il vero: lo diluisce. Lo rende respirabile solo in apparenza.

In Italia non si governa il vero, si amministra il verosimile. La fuffosità è lo strumento ideale: permette di spiegare senza decidere, di dividere senza assumersi responsabilità, di schierare le persone trasformandole in tifosi. Così nessuno è mai davvero colpevole e tutti sono sempre avversari.

Le parole fondamentali — fratello, sorella, comunità, responsabilità — non sono scomparse. Sono state svuotate. Restano nei titoli, nei convegni, nei commenti colti, ma non producono conseguenze. Al loro posto proliferano slogan intelligenti, analisi interminabili, bandiere lessicali che rassicurano chi le sventola e confondono chi ascolta.

La fuffosità protegge. Protegge chi scrive, chi commenta, chi governa il senso delle cose senza mai sporcarsi le mani. I demiurghi della parola non cercano l’incontro, ma l’equilibrio del consenso. Non puntano alla fraternità — che costringerebbe a scegliere e a prendersi cura — ma alla contrapposizione controllata, che garantisce visibilità e rendita simbolica.

Il risultato è un Paese che respira male. Non per mancanza di parole, ma per mancanza di ossigeno della verità. Il livore che attraversa la società non nasce dalla rabbia: nasce dall’asfissia. Dall’impossibilità di chiamarsi per nome, di guardarsi senza mediazioni, di riconoscersi parte dello stesso destino.

Il quadro che accompagna questa apertura di COSTUMI non illustra il testo: lo completa. Un volto senza accusa e senza alibi. Non la rabbia di chi urla, ma l’affanno di chi ha visto troppo per fingere e troppo poco per smettere di sperare. È l’immagine di un’Italia colta nel momento in cui la fuffosità smette di essere linguaggio e diventa aria viziata.

Essere fratelli e sorelle sarebbe semplice, ma esigente. Costringerebbe a prendersi cura, a rispondere delle conseguenze, a rinunciare alla protezione delle parole vuote.
Ecco perché la fuffosità resiste: protegge tutti. Tranne la vita.

Ciro Scognamiglio
giornalista – giornalaio – munchiano

NOTA ETICA (COSTUMI)

Questo testo non rivendica proprietà intellettuali né artistiche.
Studia i contenuti di chi tenta di pensare e si colloca fra loro.
Le parole non sono bandiere: sono responsabilità condivise.
Quando diventano possesso, smettono di servire la vita.

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