FONDO – PIANURA, LA CITTÀ NON RACCONTATA
di Ciro Scognamiglio
con una testimonianza di Pietro Mangiapia
Esistono territori che non possono essere compresi attraverso le semplificazioni. Bisogna attraversarli, ascoltarli, osservarli nel lungo periodo. Pianura è uno di questi luoghi: un pezzo di Napoli che, per estensione, popolazione e densità sociale, somiglia più a una città autonoma che a un quartiere. Eppure, nella narrazione pubblica, resta ingabbiata in immagini stereotipate e parziali, quasi sempre legate all’emergenza.
Arrivai qui l’8 agosto 1981, con la percezione limpida di approdare come un esule in cerca di un porto. La città, allora, si espandeva verso le sue periferie interne, e Pianura mostrava un volto contraddittorio: una comunità in accelerazione, ma non priva di radici. La prima verità che compresi fu semplice e definitiva: Pianura non è mai stata periferia. È un laboratorio umano che Napoli non è ancora riuscita a raccontare davvero.
La sua storia è quella di un antico villaggio agricolo trasformato in piattaforma urbana da due grandi spinte: i mutamenti territoriali improvvisi e la pressione demografica degli anni delle migrazioni interne. L’effetto fu quello di una città nuova, cresciuta in modo rapido e spesso senza un progetto organico. Eppure, da quella crescita irregolare è emersa una comunità resiliente, capace di tenere insieme memoria, lavoro, relazioni e sopravvivenza.
In questo contesto assume un valore profondo la figura di Giustino Maria Russolillo, il Santo che percorse queste strade quando erano ancora polvere e pietra. Don Giustino interpretò Pianura come un luogo teologico, non come un margine urbano. Vedeva nelle persone, soprattutto nei giovani, la possibilità di una rinascita costante. La sua canonizzazione ha restituito centralità a una radice spirituale che per molti anni è rimasta sotto traccia, pur continuando a orientare la coscienza collettiva.
Il quartiere, tuttavia, non è solo spiritualità. Pianura è stata protagonista di una delle prime esperienze italiane di rifiuto organizzato del racket. Qui commercianti, imprenditori e cittadini decisero di esporsi quando farlo significava affrontare rischi concreti. È una pagina alta della storia civile di Napoli, troppo spesso ignorata. La narrativa del “luogo problematico” non resiste di fronte ai fatti: Pianura è stata, e continua a essere, un territorio che prova a difendere sé stesso.
Accanto alla legalità, c’è un tessuto economico che non ha mai smesso di lavorare. Imprese artigiane, fabbriche, cooperative, attività commerciali: un sistema produttivo che, in silenzio, ha sostenuto la vita quotidiana di migliaia di famiglie. Chi conosce davvero Pianura sa che qui non ci si è mai arresi al destino: si è sempre provato a costruire. Ma questo sforzo rimane spesso invisibile nei grandi racconti mediatici.
Non meno significativo è il patrimonio ambientale: la riserva degli Astroni, i parchi urbani, le aree verdi che circondano il quartiere sono risorse preziose, strategiche, potenzialmente decisive per un nuovo modello urbano. Pianura, con i suoi spazi e la sua posizione, potrebbe diventare un laboratorio di urbanità verde. Ma questa prospettiva richiede una visione che per troppo tempo è mancata.
Oggi però si intravede una nuova stagione. I progetti recentemente presentati – piscina pubblica, percorsi ciclabili, spazi sportivi, aree verdi – non sono semplici opere. Sono un cambio di paradigma: riportano la città là dove per decenni è mancata. Significano che chi vive nei quartieri merita servizi, bellezza, opportunità. Significano che Pianura può diventare un luogo centrale e non più marginale nella mappa emotiva e politica di Napoli.
In questo percorso si inserisce la voce, spesso controcorrente, di Pietro Mangiapia, imprenditore del territorio. Figura discussa, talvolta divisiva, ma imprescindibile: negli anni in cui molti hanno scelto il silenzio, lui ha continuato a proporre, denunciare, costruire. La sua è una testimonianza che non si può archiviare: racconta un quartiere che non si arrende, che pretende attenzione, che chiede una narrazione diversa.
Emblematico, invece, il caso della Pro Loco: una struttura nata per valorizzare il territorio, rimasta di fatto bloccata. Un segno di quanto spesso istituzioni e comunità vivano su binari paralleli. È una ferita simbolica che merita una soluzione, perché un quartiere con questa energia culturale non può restare senza un presidio identitario.
Dopo quarantacinque anni di osservazione e lavoro, la conclusione è chiara: Pianura non deve essere difesa né accusata. Deve essere riconosciuta.
Riconosciuta come territorio produttivo, educativo, spirituale, naturale.
Riconosciuta come una delle anime autentiche della Napoli contemporanea.
Riconosciuta per ciò che è: una città nella città.
Il futuro non potrà essere costruito con slogan o pregiudizi.
Servono ascolto, responsabilità e visione.
E servono storie vere.
Storie come quella di un imprenditore che ha continuato a bussare,
e di un giornalista che continua a non distogliere lo sguardo.
Napoli, 27 gennaio 2026 – Giornata della Memoria
Perché ogni terra che resiste diventa memoria,
e Pianura – oggi più che mai – ne è testimone.
Ciro Scognamiglio
Giornalista – Lontani la Traversata
Controfirma
Pietro Mangiapia
Imprenditore del territorio – Testimone civile di Pianura

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