FOTOGRAFIA VAGABONDA

La scuola che vogliamo: senza coltelli, con bacchette magiche

Napoli 21 gennaio 2026 di Ciro Scognamiglio

Ieri abbiamo parlato di devianza, ma non ritorniamo su quella parola: l’abbiamo già attraversata nei suoi abissi.
Oggi, per rispetto alla rubrica Parole e Cose, che nasce dal mio vecchio palinsesto televisivo, ritorniamo a guardare il mondo con gli occhi dell’antropologo del vedere.

Quando osserviamo la società dei giovani – dalle valli alle piramidi, dal Manzanaro al Reno – comprendiamo che il punto di partenza non può essere la cronaca nera, né la punizione dopo il danno.
Il punto di partenza è il sogno.
Il sogno di una scuola, e perché no, di una famiglia che abbia ancora le basi di una realtà educante.

Possiamo davvero pensare di far suonare la campanella d’ingresso e d’uscita senza prima leggere cosa accade dentro quelle piccole comunità classe? Oggi le leggi spendono miliardi in armi, mentre interi continenti studiano sotto capanne. E lì, spesso, non ci sono coltelli: c’è la fame, che è più feroce della violenza delle bande.
E c’è la guerra dei loro capi tribù, che non cercano altro che il diritto primario del mammifero terrestre: uscire dalla caverna di Platone e trovare cibo per riempire lo stomaco.

L’uomo, prima di essere cittadino, è animale che sopravvive.

Eppure abbiamo scienziati come il grande Alberto – quello della relatività, della formula dove E = mc² – che ci ricordano che l’ultimo scontro tra esseri umani potrebbe ridursi al colpo di clava. Perché abbiamo costruito bombe più veloci del pensiero, e pensieri più primitivi delle bombe.

La scuola oggi porta sulle spalle tutte le contraddizioni del mondo violento degli adulti:
– Stati che litigano su Groenlandie, fiumi deviati, confini allucinati.
– Uomini che parlano di pace con parole da guerra.
– Famiglie che scoppiano.
– Ragazzi che vedono la sofferenza in casa e il compagno accanto vive nel benessere.

E tutto questo, nella mente fragile di un giovane, crea un mondo storto: precipita nelle gelosie, nei miti del potere, nella paura di non valere abbastanza.
Ma questa non è una scusa.
È un richiamo: famiglia, scuola, Stato. Gli adulti non ascoltano più, e i ragazzi si perdono nel rumore del mondo.

Io parlo da sempre, da conferenziere di strada, da “sapiens” mancato – perché ho sempre camminato un passo dietro, alla velocità del neandertaliano di memoria diamondiana. Bisogna studiare filosofia, storia, scienze: capire cosa abbiamo consegnato al ragazzo e cosa non gli abbiamo dato.

La vittima muore e torna energia alla Terra.
L’autore del gesto finirà in carcere.
Ma questa è la vecchia legge del “dente per dente”.
E non costruisce futuro.

Chi ci leggerà domani? Una nicchia.
Gli altri stanno tutti dietro le gesta del ciuffone americano, del calvo russo o del cinese che sembra sceso da un altro pianeta.

E allora?
La fotografia vagabonda di oggi doveva essere fatta col coltello, non con la bacchetta.
Ma io non ho risposte.
So solo che, se continuiamo così, ci toccherà fare un appello mondiale:
tutti i vecchi sull’isola che non c’è, perché abbiamo venduto fuffa e fuffosità ai giovani del mondo.

Forse i ragazzi, liberi dai nostri errori, costruiranno un mondo nuovo.
Altrimenti torneremo alle terre sommerse, ai pianeti freddi come Marte.

Ho difficoltà a essere saggio in questo momento.
Forse dovrò tornare in eremitaggio. Scrivere ancora, lontano dal rumore.

Ma una cosa, ai lettori del futuro, la voglio dire chiara:

Voglio essere seppellito da frate.
Con la pace dei semplici, dei miti, dei dimenticati.
E lasciate lavorare le scimmie giovani, che forse hanno già capito tutto.

Fuoritempo … siamo al nuovo TEMPO!

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