–: LONTANI LA TRAVERSATA :-
“I RAGAZZI CHIEDONO!? – Una lunga storia per capire il presente”
Napoli 19 gennaio 2026
I ragazzi chiedono. Chiedono davvero, anche quando non parlano. Chiedono con gli occhi, con il silenzio, con quei gesti incerti che raccontano più delle parole. E quando i ragazzi chiedono, noi adulti dovremmo fermarci e ascoltare. Perché la devianza, quella di cui tutti parlano oggi dopo il fatto di Torino o La Spezia, non nasce in un giorno, non nasce in una classe, non nasce da una diagnosi psichiatrica fatta in fretta per riempire un talk show. La devianza ha radici antiche quanto l’uomo.
Per capire un ragazzo di oggi bisogna ricordare che l’umanità ha attraversato ere intere: dopo il giurassico, la nascita del bipede; poi le palafitte, che non erano case romantiche sull’acqua ma strutture di difesa; poi l’era del legno, dove il bastone e la lancia erano strumenti di sopravvivenza; infine l’era del ferro, che ha forgiato armi, gerarchie, vassalli, valvassori e valvassini. Erano uomini come noi: stessi occhi, stessi timori, stesso istinto di difesa. La violenza non è un fenomeno moderno: è parte della storia umana, nata per paura e mai davvero superata.
Il coltello che oggi uccide un ragazzo non è un reperto moderno: è la continuazione diretta di un utensile antico che poteva salvare o colpire, a seconda della mano che lo teneva. Per questo è riduttivo, anzi pericoloso, spiegare un omicidio con una perizia psichiatrica fatta “per sicurezza” o “per prudenza”. È una scorciatoia. È una scusa. È l’ennesima distrazione di una società che preferisce un’etichetta rapida alla fatica di comprendere.
La devianza non è la malattia di un singolo. È la solitudine prodotta dal nostro tempo. È l’assenza di adulti che un tempo esistevano: il padre che guardava negli occhi, la madre che poneva limiti, il maestro che sapeva educare, il quartiere che non ti lasciava solo nemmeno volendo. Oggi i ragazzi attraversano mondi senza mappe. Il ferro moderno non è nelle armi: è nei vuoti educativi. La palafitta non c’è più: non c’è un luogo sicuro in cui essere visti. Il legno, quello del bastone che proteggeva, è stato sostituito dallo smartphone. La comunità, che era un tempo naturale, oggi deve essere ricostruita da zero.
Ecco perché dico che i ragazzi chiedono. Chiedono: “Perché tanta violenza?”, “Perché un coltello?”, “Perché un mio coetaneo è morto?”, “Perché nessuno ci vede?”. Chiedono, ma spesso non ricevono risposte. Ricevono giudizi, diagnosi affrettate, moralismi, colpe date alla scuola o alle famiglie senza comprendere che la responsabilità è collettiva: una comunità che non educa è una comunità che perde.
La verità che dobbiamo dire è che non possiamo leggere ciò che accade oggi con gli occhi dell’oggi. Dobbiamo leggerlo con gli occhi dell’uomo intero: dal legno al ferro, dalla palafitta alla periferia. Solo così comprendiamo che la devianza non nasce dal gesto, ma da una linea spezzata nella trasmissione dei valori. Quando un ragazzo devia, è perché nessuno gli ha mostrato una strada alternativa.
Il nostro compito, come adulti, non è giudicare ma riaccendere quella strada. Ricostruire la palafitta emotiva. Offrire un bastone che guida, non colpisce. Rimettere in funzione la comunità educante. Dare voce, tempo, presenza. Rispondere, finalmente, alle loro domande.
Perché se i ragazzi chiedono – e chiedono davvero – il minimo che possiamo fare è essere all’altezza di rispondere.
Il Direttore
Ciro Scognamiglio – Decumano Minore
Lontani la Traversata

Lascia un commento