I PACCHI DI DE MARTINO

Analisi di costume di un narratore di strada

di Ciro Scognamiglio

C’è una soglia sottile tra caso e spettacolo, e la televisione italiana da anni si diverte a camminarci sopra.
Lo fa con abilità, con mestiere, e soprattutto con quella grammatica emotiva che i format sanno orchestrare meglio della vita reale. Ma ogni tanto, in quella danza tra fortuna e regia, affiora qualcosa che merita uno sguardo più attento. Quello sguardo, da narratore di strada, l’ho avuto anch’io davanti all’ultima puntata condotta da Stefano De Martino.

La Rai ha confezionato un palinsesto elegante: la promessa è chiara, quasi rituale — il conduttore non conosce il contenuto dei pacchi, il “Dottore” interviene da fuori scena, la tensione cresce e lo spettatore resta appeso al filo del caso.
Fin qui, la liturgia del gioco funziona.

Eppure, proprio nella prolusione finale, accade qualcosa che incrina il velo dell’innocenza.
Ogni sera, De Martino ricostruisce il percorso dei pacchi superstiti: una mappa degli eventi, un riassunto che prepara il finale. Ma questa sintesi – che dovrebbe essere neutra – avviene dopo l’ultimo contatto con il misterioso Dottore. È lì che la mia attenzione si è drizzata.

Nell’ultima puntata, De Martino ha “puntato” con sicurezza che il pacco finale contenesse 200.000 euro.
E il pacco, puntualmente, li conteneva.

Non è la vincita in sé a interessarmi, né l’eterno sospetto del trucco televisivo.
È la postura del conduttore, quel suo esporsi con un margine di certezza, quasi sapesse quale finale la regia aveva bisogno di raccontare. In quel gesto, più teatrale che casuale, si è rivelata una trama: non tutta la partita è dominata dal caso; la fase ultima sembra rispondere a un disegno narrativo.

I concorrenti possono anche scegliere a casa loro, portare amuleti, speranze e superstizioni.
Ma lo spettacolo ha bisogno di un climax, di un equilibrio che non lasci lo spettatore sospeso nel vuoto. La televisione, quella dei grandi format, non ama il caos: preferisce un finale che somigli al destino, ma costruito con la precisione della drammaturgia.

Questa non è una denuncia, né un atto d’accusa.
È un’osservazione di costume: le parole sono segni, i segni sono pietre, e chi fa televisione sa bene come disporle per edificare un’emozione collettiva. Il gioco dei pacchi, più che una sfida alla fortuna, è un dispositivo narrativo che si alimenta dell’illusione dell’imprevedibile.

Stasera, più che in altre puntate, si è visto l’incastro fra caso e copione.
E in quell’incastro, come sempre, abita la televisione italiana: un luogo dove la sorpresa non è mai completamente sorpresa, e la realtà è solo una delle possibili versioni del racconto.

Ciro Scognamiglio
Narratore di strada
Lontani la Traversata – Sezione Costume

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