AIDI, ma allora la Svizzera non eri solo tu del sogno?
di Ciro Scognamiglio
6 gennaio 2026
La domanda non è emotiva.
Non è neppure moralistica.
È una domanda storica, politica, antropologica.
Dopo l’ennesima tragedia che coinvolge giovani vite, il copione pubblico si ripete: dolore composto, bandiere, dichiarazioni rituali. Ma se si esce dalla cronaca e si entra nel senso, emerge un nodo che nessuno vuole affrontare: il mito della sicurezza svizzera.
Per decenni la Svizzera è stata raccontata come sinonimo di ordine, controllo, neutralità, tutela dei cittadini. Un modello. Un’idea rassicurante. Ma oggi la domanda è inevitabile: chi protegge davvero i giovani vulnerabili?
Controlli, responsabilità, rimozioni
Un fatto è certo: il sistema dei controlli ha fallito.
Un gestore con precedenti penali gravi, un passato da delinquente, incarcerato vent’anni fa, oggi libero e reinserito come imprenditore “rispettabile”. Non è un processo alla persona: è un atto di accusa al sistema.
Chi controllava?
E se controllava, chi garantisce che il controllo non fosse comprato, come nei film che poi chiamiamo “fiction”?
Accanto a questo, un’altra rimozione collettiva: l’assenza educativa. Ragazzi di 16 anni lasciati soli in contesti non adeguati. Non per necessità, ma per delega.
L’educazione non è un principio astratto, né un atto mariano. Non nasce nel seno della Vergine Maria. L’educazione è corpo presente, responsabilità incarnata. Quando manca, il rischio non è un incidente: è una conseguenza.
Il dolore non è uguale per tutti
C’è poi una verità che disturba e che raramente viene detta: il dolore non è socialmente uguale.
Alcuni giovani crescono tra Dubai, golf, benessere e reti di protezione.
Altri crescono nei quartieri popolari, dove la fame, la strada e l’assenza educano prima delle istituzioni.
Questo non è invidia.
Non è rancore.
È antropologia del vicolo.
Il lutto dei benestanti è composto, mediatico, protetto.
Il lutto dei poveri è rumoroso, giudicato, spesso invisibile.
Il dolore non ha lo stesso colore, lo stesso riconoscimento, lo stesso peso pubblico.
Favole, neutralità e ignavia
Nel frattempo il potere racconta favole.
Cappuccetto Rosso.
Cenerentola.
L’eccezione che diventa regola.
Ma la realtà è un’altra: la maggioranza vive nella sopravvivenza, non nella fortuna. E la neutralità, quando non protegge i vulnerabili, diventa una forma elegante di ignavia.
La Svizzera ha una storia precisa: confederazione autonoma già dal Medioevo, neutralità riconosciuta nel 1815, Stato federale moderno dal 1848, hub finanziario globale oggi. Ma la domanda resta: stabilità per chi? Sicurezza per chi?
Educere: non odiare
Convengo, nella mia lucida follia di “nessuno”, che l’educazione vera non nasce dall’odio.
Questo mi è stato incarnato da mio padre, sopravvissuto a un campo di concentramento: servire la vita, anche quando sei oppresso, anche quando sei ferito, anche quando sei zoppo nel corpo ma non nell’anima.
Da lui ho imparato che l’odio è una scorciatoia dei deboli.
E che l’ignavia dei finti sani — ipocusici morali e ipovedenti civili — è una malattia più grave di qualunque menomazione fisica. Una poliomielite del cervello, diffusa e socialmente accettata.
Ci hanno raccontato che la Scienza avrebbe salvato il mondo. È la stessa Scienza che ha prodotto la bomba atomica. Non è la conoscenza che manca, ma la morale. La responsabilità non ha religione, né etnia, né bandiera.
Trentatré anni dopo lo zero del calendario, un uomo fu inchiodato a una croce. Io non c’ero, ma per fede ci credo. E se credo, è perché almeno la metafisica mi salva dall’immanenza falsa che ci raccontano ogni giorno: quella di uomini e donne che si sentono dèi e dimenticano di essere corpi fragili, fatti d’acqua, di bisogni elementari, destinati tutti allo stesso fine.
Chiusura
Intanto continuiamo a sventolare le bandiere dei demiurghi di turno — americani, russi, cinesi — come se fossero i nostri padri.
Io non porto neanche la bandiera delle mie follie. Porto solo una domanda, scomoda e necessaria, all’inizio di questo nuovo quarto di secolo.
Voi come state, oggi, 6 gennaio 2026, primo anno del nuovo tempo?
Io sto dove sono sempre stato:
non pagato,
non allineato,
libero.
Da pensionato posso comprare pane e farmaci salva-vita.
E questo mi basta per dire ciò che penso.
Buon anno dal Pazzo.
Shalom.
Ciro Scognamiglio
6 gennaio 2026

Lascia un commento