Politiche sociali del mondo e la luce ostinata del presepio

(Articolo-saggio per le Politiche Sociali)- Napoli 05 gennaio 2026 addC

Non è il presepio a essere in crisi.
È l’uomo che lo costruisce.

Nel 2026, tra focolai di guerra riaperti come piaghe mai cicatrizzate, tra economie travestite da destino e politiche ridotte a teatro dell’arroganza, il presepio resta lì: antico manufatto antropologico, ostinatamente presente. Non consola più, non pacifica, non promette. E proprio per questo interroga.

Noi, antropologi del vicolo, non possiamo limitarci a difenderlo come tradizione. Sarebbe l’ennesimo rito svuotato. Dobbiamo invece chiederci: che tipo di uomo costruisce oggi il presepio? E soprattutto: che cosa pretende di dimostrare?

Dal 1492 al presente: il mondo come “presepe rovesciato”

Ieri, sul Decumano, siamo partiti dal 1492 e dal Venezuela, da quel punto zero della modernità coloniale in cui l’uomo europeo ha imparato a chiamare “scoperta” ciò che era conquista, e “missione” ciò che era dominio. Oggi, nelle politiche sociali globali, vediamo il risultato finale: un presepio rovesciato, dove i Re Magi arrivano prima del bambino, e portano contratti, armi, debito.

La grotta non è più rifugio:
è deposito, è traffico, è zona grigia.

Giambattista Vico e l’indifferenza come malattia sociale

Vico ci aveva avvertiti: quando l’uomo perde il senso del fare umano, scivola nella barbarie della riflessione. Non serve essere violenti: basta essere indifferenti.

Oggi i pazzi non sono solo quelli che urlano.
Sono anche — e forse soprattutto — quelli che non sentono più nulla.

Le politiche sociali del mondo oscillano tra assistenzialismo cosmetico e cinismo strutturale. Si parla di inclusione, ma si governa per esclusione. Si invoca la pace, ma si pianifica la guerra come motore economico. L’indifferenza diventa sistema.

Francesco, la nudità e ciò che non abbiamo avuto il coraggio di fare

Si dice spesso che il Francesco del 1200 è superato.
In realtà è indeterminato: non lo abbiamo seguito.

Francesco si spogliava.
Noi abbiamo vestito il potere di simboli religiosi.

Abbiamo lastricato chiese di affreschi,
ma lasciato inermi le case del pensiero e dell’azione.

Il presepio, nato come gesto radicale, oggi rischia di essere vetrina. Ma una vetrina non salva: espone.

Che uomo fa il presepio oggi?

L’uomo che fa il presepio nel 2026 spesso non vuole più dimostrare nulla. Vuole rassicurarsi. Vuole dire: “Sono dalla parte giusta” senza cambiare posizione.

Ma il presepio autentico non rassicura.
Accusa.

Accusa l’economia dell’accumulo.
Accusa la politica che chiama “sviluppo” la sottrazione.
Accusa una socialità che tollera tutto purché non disturbi.

La luce: non quella che abbaglia, ma quella che resta

Se il presepio lascia ancora una traccia di luce, non è la luce del miracolo. È una luce residua, fragile, intermittente. La luce di chi serve senza tornaconto. Di chi dona senza aspettarsi ritorno. Di chi resta nel vicolo mentre il mondo corre verso Marte cercando acqua ghiacciata, dimenticando quella viva da cui proviene.

Noi veniamo dall’acqua.
E saremo giudicati da come l’abbiamo condivisa.

Politiche sociali come gesto umano, non come gestione

Le politiche sociali, oggi, non hanno bisogno di nuove parole. Hanno bisogno di corpi responsabili. Di uomini e donne che accettino di essere servi nel senso alto: servire la vita, non amministrarla.

Il presepio, se ancora ha senso, non è un oggetto.
È una domanda politica radicale:

Se questo bambino nascesse oggi,
dove lo lasceremmo vivere?

Se non sappiamo rispondere,
allora la luce non è spenta:
siamo noi ad aver chiuso gli occhi.

Domenica del Decumano

Scrivente: Antropologo del Vicolo
Per le Politiche Sociali – 2026

Chiusura dialogica il mio pensiero 2026 – Il presepio come domanda aperta ai giovani

Non è più tempo di spiegare il presepio.
È tempo di lasciarlo parlare, e di ascoltare chi lo guarda oggi senza protezioni.

Per questo, dopo aver interrogato la storia, la politica, l’economia e l’indifferenza che le attraversa, scegliamo di chiudere non con una tesi, ma con una consegna. Ai giovani. Non come destinatari passivi, ma come interlocutori necessari.

Il presepio non chiede adesione.
Chiede posizione.

Non domanda fede, ma scelta.

E allora la questione non è se crediamo ancora nel presepio, ma chi siamo noi quando lo costruiamo.

Chi decidiamo di mettere al centro.
Chi lasciamo ai margini.
Chi entra nella scena e chi resta fuori dall’inquadratura.

Il presepio è un dispositivo umano elementare: mostra un nascere fuori luogo, fuori tempo, fuori potere. Se oggi lo ripetiamo come rito, senza assumerne il conflitto, diventa decorazione. Se invece lo abitiamo, diventa accusa gentile e radicale.

Ai giovani chiediamo questo, senza retorica:

  • Chi mettereste oggi nella grotta?
  • Chi non ha spazio nelle vostre città, nelle vostre scuole, nei vostri futuri immaginati?
  • Che cosa siete disposti a non comprare, a non giustificare, a non normalizzare?

Il presepio non promette salvezza immediata.
Non risolve i conflitti.
Non ferma le guerre.
Non corregge le economie.

Ma lascia una traccia:
una luce minima, che non abbaglia e non consola, e proprio per questo resiste.

Se quella luce oggi dice ancora qualcosa, non è perché “tutto andrà bene”, ma perché qualcuno continua a nascere fuori posto, e chiede di essere riconosciuto come umano prima che come funzione, numero o costo sociale.

La domanda finale non è religiosa.
Non è ideologica.
È profondamente politica.

Se foste voi quel bambino, oggi,
dove vi lasceremmo vivere?

Qui finisce il nostro dire.
Da qui inizia il vostro.

(Domenica del Decumano – Antropologi del Vicolo, 2026)

Ciro Scognamiglio

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