VISIONE DI UNA NAPOLI CHE MI APPARTIENE
Auguri consapevoli mentre chiudiamo il 2025
Chiudiamo il 2025 guardando ciò che di positivo, nonostante tutto, questo anno ci ha lasciato. Poco o tanto che sia stato, vale la pena riconoscerlo. Il resto – la feccia, la guerra, l’ipocrisia, la retorica vuota di chi afferma di volere la pace mentre la alimenta – può essere serenamente gettato nel secchio dell’umido della storia.
L’immagine che accompagna questo articolo è un disegno a pastello: un vicolo di Napoli, silenzioso, attraversato da una luce calda che non esplode. È la Napoli che mi appartiene. Non quella dei botti, delle armi mascherate da festa, della violenza travestita da tradizione, ma quella fatta di umanità minima, di resistenza quotidiana, di futuro che nasce seduto per terra, senza clamore.
Non occorre essere puri di spirito per dire la verità. La verità è sotto gli occhi di tutti. Ci raccontiamo spesso solo ciò che ci fa comodo, ciò che giustifica la nostra inerzia o il nostro silenzio. Forse anche io racconto la mia comodità. Ma non attecchisce. Perché la realtà resta dura, e siamo ancora immersi in un mondo che sembra procedere verso l’implosione.
Convengo su una cosa: sono un illuso. Ma non sono un arreso.
Negli ultimi giorni ho vissuto lutti e dolori profondi. E da quei feretri, da quei fratelli che hanno intrapreso il viaggio della nascita in cielo, ho sentito parole semplici e definitive: “#Ciruzzo, fino a che puoi non mollare. Noi ti daremo luce, anche nei tuoi malanni, che pochi non sono. Tu sei uomo di #fede.”
Le ho sentite davvero? Forse sì. Forse mi fa comodo sentirle. Ma questo, alla fine, non è il punto. Il punto è che non mollo.
Continuo a volere – e sottolineo il verbo volere – che noi si capisca quanto siamo diventati stupidi e ingordi. Stiamo consegnando il mondo all’implosione per colpa di pochi potenti globali che giocano a fare gli economisti dei fatti loro. Ville, privilegi e bunker per loro. Guerra, precarietà e paura per tutti gli altri.
Pensano di salvarsi nei bunker. Ma quando e se ne usciranno, dopo l’eventuale catastrofe nucleare, vivranno comunque da stronzi. Altro che progresso. Altro che futuro. Altro che Odissea nello spazio. Le scimmie, nostre sorelle e fratelli evolutivi, saprebbero cavarsela meglio. Almeno sanno riconoscere il limite. Quei pochi, invece, torneranno fuori a giocare con la clava. A Napoli si direbbe: a mazz’ e ’o pivz.
Io, intanto, ci sto ancora.
Con la fede che non è cieca.
Con la rabbia che non distrugge.
Con una luce imperfetta ma ostinata.
Questo è il mio augurio per il 2025 che chiudiamo e per il tempo che viene: meno rumore, meno ipocrisia, meno guerra. Più responsabilità. Più umanità. Più verità.
— CIROSCO99

Scrivi una risposta a Ferdinando Piezzi Cancella risposta