DOMENICA DEL DECUMANO
Fogli dal vicolo – per l’ultimo dell’anno
30 dicembre 2025
DOVE STIAMO
Oso affermare: chiuderemo il 2025 con la Pace.
Non perché la pace sia già qui, ma perché la pace è diventata la parola più contesa del nostro tempo.
La pronunciano i saggi.
La invocano i popoli.
La promettono i governi.
Intanto la guerra avanza, travestita da prudenza.
Ho ascoltato parole alte, parole pesate. Ho ascoltato la pace spiegata come scelta disarmata, non come tregua armata. E mi sono chiesto — dal vicolo — se non stiamo confondendo la sicurezza con la paura, e la responsabilità con l’abitudine al conflitto.
Non ho capito fino in fondo perché armarci debba essere considerato inevitabile, né perché non farlo sembri ormai una colpa.
Così torno a ciò che conosco: una scienza del cuore, che non misura solo la forza, ma il limite.
C’è stato un tempo in cui si sapeva di non sapere dove saremmo finiti. E proprio per questo si parlava con cautela. Oggi sappiamo troppo — eppure dimentichiamo.
Non resterebbero pietre,
non resterebbero bastoni,
non resterebbe memoria.
Chiudere il 2025 con la pace non è una previsione.
È una scelta di linguaggio.
È chiamare le cose col loro nome.
PERCHÉ SIAMO CONVINTI DI ARMARCI?
Perché abbiamo imparato a temere più che a pensare.
Perché la paura è diventata un argomento.
Perché la guerra, oggi, non si dichiara: si prepara, si spiega, si normalizza.
E così la pace viene rimandata, subordinata, promessa dopo.
Dopo l’arsenale.
Dopo l’allineamento.
Dopo la minaccia.
Ma la pace non viene dopo.
O è prima, o non è.
Dal Decumano, dove le parole passano di bocca in bocca e restano vere, questo è il saluto dell’ultimo giorno: non chiamare pace ciò che prepara la fine.
La guerra ha megafoni.
La pace sussurra.
Se restiamo in silenzio abbastanza, la sentiamo ancora.
Napoli, 30 dicembre 2025
Saluto per l’ultimo dell’anno.
Ciro Scognamiglio

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