IL #CUORE!
Scrivo dal Decumano Minore in un momento in cui il dolore non è teoria ma presenza concreta, quotidiana, silenziosa. Ci sono giorni in cui le certezze non reggono più il peso dell’esistere e si è costretti, quasi senza volerlo, ad abbandonarle. Non per scelta, ma per necessità. Il dolore impone il silenzio, lo costruisce intorno come una stanza senza finestre, e tu rientri lì dentro, senza difese, senza parole, con il solo rumore del cuore che continua a battere anche quando non ne capisci il senso.
In uno di questi giorni, che per lo scrivente hanno poco di festa e molto di ferita, accade però qualcosa che non ha nulla di straordinario e proprio per questo è decisivo. Una telefonata. Una voce. Francesco, l’amico dell’angolo ritrovato. Non sapeva nulla della mia condizione, eppure la sua voce mi ha chiesto, con naturalezza disarmante, di guardare oltre il dolore. Non di cancellarlo, non di giustificarlo, ma di non lasciargli il dominio assoluto dello sguardo.
È stato come rientrare dal silenzio impostomi. Non un’uscita trionfale, ma un passo esitante verso la soglia. In quel momento ho sentito il bisogno di gridare. Non un grido di rabbia, non una protesta, ma una domanda antica, elementare, che attraversa i secoli e le vite: vita, cosa sei? Un grido munchiano, come quello dell’uomo sul ponte, che non urla contro il mondo ma dentro il mondo, mentre tutto intorno sembra deformarsi e perdere contorni. Un grido che non spacca l’aria, ma la coscienza.
Quel grido, però, non può restare isolato. Non può dissolversi nel vuoto. Ha bisogno di essere accolto, disegnato, accompagnato. Come facevamo da ragazzi, figli dei vicoli della vita, quando una nuvola disegnata sopra la testa bastava a dire quello che la bocca non riusciva a pronunciare. Una nuvola che oggi diventa spazio di senso, contenitore fragile ma necessario del dolore umano. Non per soffocarlo, ma per renderlo condivisibile.
Scrivere diventa allora un atto di rientro nel mondo. Non una spiegazione, non una risposta, ma una forma di presenza. Perché il cuore, in questi passaggi, non è solo il luogo del sentire: è il punto in cui la sofferenza incontra la relazione e smette, almeno per un istante, di essere solitudine assoluta. La fede, se c’è, non è certezza granitica. È domanda abitata. È ostinazione a cercare segni anche quando tutto sembra negarne l’esistenza.
E forse i segni arrivano proprio così: attraverso gli uomini. Attraverso una voce che chiama senza sapere. Attraverso un gesto minimo che rompe il silenzio. Noi esistiamo se ci cerchiamo. Esistiamo se, nel momento dell’abbandono, qualcuno ci ricorda che siamo ancora parte di una trama più grande. Anche la sofferenza, allora, diventa paradossalmente dono: non perché sia buona in sé, ma perché costringe a scegliere se chiudersi o restare aperti.
Questa Lettera dal Decumano Minore non pretende di insegnare nulla. È un testo scritto con un cuore che trema, ma che non rinuncia a battere. È un grido che si fa parola per non restare urlo. È un tentativo di rigore nell’esistere, proprio quando tutto spingerebbe al ritiro. Se oggi il mondo pesa e la vita appare opaca, resta almeno questo: un’amicizia che richiama, una voce che incoraggia, un cuore che, nonostante tutto, sceglie di non chiudersi.
Scrivere, oggi, è questo. #Restare.

Lascia un commento