Ci sono amicizie che non nascono per convenienza,
ma per attrito di coscienze.
La nostra, con Piero Graus, viene da lontano:
1999, 2000, 2001.
Anni in cui la parola storia non era ancora nostalgia,
ma fatica quotidiana, assemblea, conflitto, sindacato, voce collettiva.

In quegli anni abbiamo costruito storie necessarie,
non letterarie ma vive:
storie di lavoro, di diritti, di dignità.
E hanno avuto successo non perché vincenti,
ma perché vere.
Perché stavano dalla parte di chi non aveva palco
ma solo strada.

Oggi il tempo è cambiato.
Non è più il tempo delle bandiere spiegate,
ma quello fragile delle eredità.
E il più grande auspicio di successo,
io e Piero, non lo misuriamo più nei numeri
ma nella trasmissione.

Con i suoi giovani – e sottolineo: suoi, non per possesso ma per cura –
il sogno è diverso:
non ripetere il passato,
ma renderlo fertile.

Io arrivo da un vicolo.
Un vecchio monello che ha conosciuto il dolore presto
e non lo ha rimosso.
Dal dolore non ho tratto vendetta,
ma una strana ribellione:
far scatenare la vita.
Scrivere, testimoniare, ricordare,
non per nostalgia
ma per non lasciare il tempo in mano ai vincitori di turno.

Questo editoriale non chiede consenso.
Chiede ascolto.
È un Decumano Minore che parla piano,
ma parla vero.
E riconosce negli incontri durati una vita
non un merito,
ma una responsabilità.

Per questo oggi, più che ieri,
l’augurio non è “avere successo”,
ma meritarlo:
con i giovani,
con le storie,
con la memoria che non si vende
e con l’amicizia che resiste.

Grazie Piero Graus, non solo editore, ma amico di un tempo che è diventato storia.

Lascia un commento