CAPITOLO XV
Lettera senza data
Lasciare la valle, restare nella memoria
14 dicembre 2024 e oggi
che scrivo 14 dicembre 2025
La verità non è ciò che pacifica,
ma ciò che rende responsabili nel tempo.
La memoria non serve a chiudere il passato,
ma a impedire che il futuro diventi innocente.
— Filosofo della responsabilità storica
Il libro è già in cammino quando questo capitolo arriva.
Non per colmare un vuoto, ma per dichiarare che la vita, talvolta, parla dopo la scrittura.
Scrivo a un anno dalla morte di mia madre Lucia,
sapendo che alcune parole non chiedono protezione narrativa.
Chiedono solo di essere dette.
Mamma Lucia,
ti scrivo senza data, perché il tempo, con te, non ha mai avuto confini netti.
Oso restare il fanciullino libero, quello che a quattro anni, nel 1958, guardava il mondo con una memoria già vigile.
Eravamo deportati in una inacasa di San Giorgio,
per errori di assegnazione di uno Stato iniquo già allora.
Qualcuno disse che non vivevamo in baracca,
ma a casa di nonna.
Una casa di marinaio e di borgo.
Trentacinque metri quadrati.
Tre sorelle, due fratelli.
Un solo locale.
Corpi addosso a corpi, respiri che imparavano a non farsi male.
Eppure, anche lì, ci dicevamo:
facciamoci il santo Natale.
Un Natale falso per il mondo,
ma necessario per restare umani.
Tu non sei stata una madre semplice.
Sei stata una madre che regge.
Io cercavo parole, tu portavi pesi.
Io volevo capire, tu dovevi resistere.
Il tuo sguardo era un occhio altro:
non chiedeva spiegazioni, chiedeva continuità.
Oggi so che non mi mancava l’amore.
Mi mancava il tempo per leggerlo.
Hai amato Mario, mio padre,
nel dolore e nella non convergenza.
Un amore duro, a volte violento, mai pacificato.
Io portavo dentro le sofferenze dei campi,
la sua fede altra, nata dalla Storia e non dall’altare.
Voi vi siete amati senza coincidere,
ma non vi siete lasciati.
E questo, oggi lo so,
è già una forma di fedeltà.
Prima di andare via hai detto:
«Noi dobbiamo lasciare la valle».
Poi, a Mario:
«Metti in moto il pulmino bianco».
Non era una frase pratica.
Era un passaggio.
Quel pulmino missionario, ritrovato poi in chiesa,
grande, cartonato, con le scritte delle missioni,
era già lì ad aspettarci.
Tu non entravi in chiesa da due anni,
ma la chiesa entrava in casa.
Il sacerdote missionario veniva da te.
Pregavate insieme.
Questa è la fede che riconosco:
non l’abitudine, ma la relazione.
Io non c’ero.
Ero in viaggio per portarti il dono del tuo compleanno,
il 13 dicembre.
Il 14 mattina, sabato,
hai lasciato la valle.
Due giorni a guardarti.
Due giorni di veglia.
E in quei due giorni era chiaro:
eri una donna libera.
E, a modo tuo, santa.
Dopo di te, i rapporti familiari si sono spezzati.
Io non lo taccio.
Perché la memoria non serve a consolare,
ma a rendere responsabili.
Scrivo per i miei figli,
per i generi,
per la nuora,
per i nipoti.
Scrivo perché la storia non si eredita:
si racconta.
Il libro continua il suo cammino.
Questo capitolo resta come una soglia.
Il libro finisce.
La verità continua.
Noi abbiamo lasciato la valle.
Ma la valle cammina ancora con noi.
Postilla
Questo capitolo è stato scritto dopo la chiusura del libro,
perché alcune verità non chiedono posto:
chiedono tempo.
Firma
Ciro Scognamiglio
Voce di mio figlio, Ciro
Mio padre mi ha insegnato che la memoria non è un peso,
ma una responsabilità.
Sono cresciuto ascoltando storie che non cercavano assoluzioni,
ma continuità.
Oggi so che ricordare non significa restare indietro,
ma scegliere come andare avanti.
Ciro Scognamiglio, figlio

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