Dal fuoco amico può nascere una nuova fiducia?
Stella di Natale, politica e antropologia del disincanto
Domenica del Decumano
di Prof. Ciro Scognamiglio
Satira di parole e cose – Lontani la Traversata
Napoli 13 Dicembre 2025 addC
I volti del Movimento 5 Stelle cambieranno a inizio 2026.
Così dicono le cronache romane, così si muovono i corridoi, così lavorano i vertici. Conte sistema la squadra, i nomi girano, qualcuno sale, qualcuno scende, qualcun altro viene accompagnato gentilmente verso l’uscita. È politica, si dirà. È fisiologia dei partiti, diranno i più educati.
Ma io, che non corro – non perché non voglia, ma perché sono zoppo – resto seduto sul mio Decumano, e da qui guardo le cose con l’occhio dell’antropologo di strada, quello che parla con le persone e, quando serve, anche con le piante.
Sì, con le piante.
Con una Stella di Natale, per esempio.
La Stella di Natale e il fuoco amico
Alla Stella di Natale ho detto:
«Tu hai una storia.
Per tenerti in vita ti chiudono per ore in un armadio, al buio,
e poi ti rivitalizzano.
Scusa se te lo chiedo: posso essere chiuso anch’io per rivitalizzarmi?»
La Stella di Natale non è una pianta usa-e-getta.
Questo lo sanno i botanici, ma lo dovrebbero sapere anche i politici.
Se la tratti bene, se la proteggi dal freddo improvviso, se non la esponi alle correnti d’aria e agli sbalzi inutili, vive anni. E ogni dicembre rifiorisce.
Ma attenzione:
bastano pochi secondi di freddo per rovinarla.
Basta un trasporto sbagliato.
Basta un “fuoco amico”.
E il fuoco amico, nella politica, è la cosa più devastante che esista.
Fuoco amico: quando il nemico non serve
Il fuoco amico non viene dall’avversario.
Viene da dentro.
È quello che caccia Grillo dopo averlo usato come totem.
È quello che consuma Di Maio fino a renderlo irriconoscibile.
È quello che ti lascia parlare “a nome del popolo” mentre il popolo si astiene.
Con numeri da astensionismo di massa, continuare a dire “il popolo, il popolo, il popolo” diventa una formula vuota. Un mantra stanco. Una bandiera sfilacciata.
Eppure le bandiere servono.
Servono come i segnali in autostrada:
– indicano un pericolo
– invitano a rallentare
– ti ricordano dove sei
Se non do valore al Tricolore, che italiano sono dal 1861 in poi?
D’Azeglio diceva:
«Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani».
E Manzoni aveva capito che la lingua era il vero collante.
La lingua di Dante, dei letterati, dell’abecedario, della parola scritta.
Non gli slogan.
Il mio Decumano e i ragazzi che giocano alla politica
Nel mio Decumano, a Pianura, il fuoco amico ha imperato.
Un manipolo di ragazzi – bravi, per carità – che però giocano a dire:
«Io sono più bravo di te».
Ai miei tempi si diceva altro.
Ma poi glielo spiego da vicino.
Perché loro non hanno la laurea del marciapiede.
Non hanno fatto la strada.
Eppure da grandi vogliono fare i politici.
Forse ne hanno anche diritto.
Sono stati “insolfati” – come si dice – dai grandi che occupavano le prime file.
Quelli che urlavano “popolo, popolo, popolo”, salvo poi chiudersi nelle stanze.
Sfiducia, tribù e nuovi sciamani
Qui l’antropologia aiuta a capire.
La sfiducia nella democrazia non è solo politica: è culturale.
Quando le istituzioni perdono capitale simbolico, restano in piedi ma non parlano più.
E allora succede questo:
– le persone smettono di credere
– si rifugiano nelle tribù
– ascoltano “mio cugino”, non i dati
– seguono nuovi mediatori: influencer, capi carismatici, sciamani digitali
La politica non muore.
Mutano i suoi rituali.
E il fuoco amico accelera questa mutazione, perché distrugge dall’interno la possibilità stessa di fiducia.
Campania, assessori e ragazzi pronti alla corsa
In Campania arriveranno nuovi assessori.
E con loro nuovi ragazzi pronti alla corsa.
Io no.
Io non corro.
Non solo perché sono zoppo – bella questa, no? –
ma perché non cerco poltrone, non cerco posti al sole.
Mi hanno persino fatto il mio nome – ridiamoci sopra – per questioni di disabilità al Comune di Napoli.
Io rido con voi.
Sono libero, e parlo.
Chi vuole, chiami gli organi istituzionali.
Mi dica cosa posso dire.
Io intanto continuo a scrivere, mentre le “forze alte” tacciono.
Chiosa finale: la Stella di Natale
Il fuoco amico distrugge la politica come il gelo improvviso distrugge la Stella di Natale.
Non serve l’avversario.
Basta la distrazione, la vanità, la corsa al ruolo.
La Stella di Natale, invece, insegna altro:
– protezione
– cura
– tempo
– buio giusto al momento giusto
Forse anche la politica dovrebbe imparare a stare al buio, ogni tanto.
Non per sparire.
Ma per rifiorire.
Io resto seduto qui, sul mio Decumano.
Parlo con le piante, con le persone, con chi vuole ascoltare.
Non ho padroni.
E il Natale, lo dico piano,
non sempre fa buon effetto.
Fuoritempo – Libero pensiero in libero stato

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