QUALE NATALE 2025 ALL’INFINITO – PER L’ARIA CHE CORRE, VENTO DI TEMPESTA
Napoli Decumano Minore 11 dicembre 2025
C’è un vento che non è più soltanto meteorologico, ma umano. Soffia nei nostri sguardi, nei silenzi e nei modi in cui abbiamo smesso di salutarci. È un vento che attraversa anche il Natale, rendendolo fragile, smarrito, come un oggetto dimenticato nel buio di una soffitta.
Il Natale storico nasce nella povertà e nell’attesa: un bambino, una mangiatoia, un riparo improvvisato. È il simbolo di un mondo che prova a ripartire dal poco, dal quasi niente. I secoli ci hanno costruito sopra liturgie, luci, consumi, ma la domanda resta la stessa: che cos’è davvero il Natale?
Oggi, dicembre 2025, mi chiedo quale Natale abbiamo vissuto — dall’infanzia a stamattina — e quale vivremo ancora. Io sento addosso la perdita della speranza, ma non quella della lotta. La speranza è un privilegio; la lotta è un dovere.
L’Italia che festeggia la cucina e ignora la fame
Viviamo in un Paese capace di celebrare con orgoglio la propria cucina riconosciuta nel mondo, ma incapace di guardare chi vive senza nulla, spesso proprio sotto casa nostra.
Nel mio quartiere c’è un uomo che dorme per strada, invisibile ai più. A prendersi cura di lui è un giovane amico: gli porta un pasto caldo, gli offre i suoi abiti — non scarti, ma condivisione — e gli restituisce un po’ di dignità con un semplice saluto.
In quel gesto c’è più verità e più Natale che in molte celebrazioni ufficiali.
Il mondo falso e i suoi sceriffi
La storia dell’umanità è segnata da popoli che hanno conquistato territori, cancellato culture e imposto il proprio dominio. Le grandi potenze si sono dichiarate “sceriffi del mondo”: ieri gli Stati Uniti, oggi altre forze — Russia, Cina, India — che agiscono sotto la maschera della pace ma operano come nuovi imperi.
Da bambino leggevo Il piccolo Lord: lì la bontà cambia il cuore dei potenti. Ma quella era una favola. La realtà di oggi assomiglia più a una cloaca che a una storia edificante. E le cloache, purtroppo, non mentono.
Antropologia, scienza e fisica: cosa resta del Natale?
Viviamo un’epoca in cui possiamo osservare perfino il bordo di un buco nero. La meccanica quantistica ci insegna che tra lo zero e l’uno esiste un intervallo invisibile dove nasce l’incertezza: forse è lì che si agitano le contraddizioni delle società umane.
Ci chiediamo se parleremo ancora di Natale tra mille o diecimila anni, o se una nuova glaciazione — reale o simbolica — verrà a ripulire le scorie della specie, riportandoci alla casella di partenza, come nei vecchi giochi dell’infanzia.
Ricordo quando costruivo strumenti educativi: l’Italia del traforo, le regioni colorate che si illuminavano con la risposta giusta. Sognavamo un Paese che cresceva nella conoscenza. Forse era un sogno allora. Forse lo è ancora oggi.
Quale Natale? La domanda eterna
Quale Natale celebriamo?
Quello dei testi sacri che predicano la pace mentre i popoli monoteisti continuano a combattersi?
Oppure il Natale delle vetrine, dei desideri finti, dei regali obbligati?
Io guardo il mondo.
Il Gatto e la Volpe, invece, ne maneggiano i fili.
Lo canta Bennato, lo raccontano le favole, ma lo conferma anche l’antropologia moderna: Jared Diamond ha spiegato perché alcuni popoli diventano ricchi e altri restano poveri. La storia non è equa; è fatta di geografia, risorse e potere.
Oggi siamo nelle mani di leader che si credono salvatori — da Trump a Putin, e ai loro cerchi magici — mentre noi ci muoviamo su scacchiere decise da altri.
E allora, quale Natale?
Forse è già scritto nel disegno: un uomo che guarda il mondo mentre il Gatto e la Volpe lo sollevano come un trofeo. Io continuo la mia parte. Ho perso la speranza, ma non la lotta.
#Fuoritempo – NON DEMORDO!

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