Quale Natale 2025?
— E che quarto di secolo abbiamo vissuto?
Di Ciro Scognamiglio Babbo Natale
Siamo arrivati a 1/4 di un centennio. Venticinque anni non sono un traguardo, ma un segno: la prima curva stretta del secolo.
E allora la domanda è inevitabile: che quarto è stato?
Un quarto segnato da:
- crisi che si sono rincorse come onde;
- speranze intermittenti;
- anni veloci e lenti insieme;
- una tecnologia che corre e una società che inciampa;
- l’inizio di guerre e la fatica infinita della pace;
- l’illusione del “tutto è possibile” e la scoperta che non tutto è libero.
È stato un quarto di secolo scomposto, talvolta sghembo, spesso in apnea.
Un quarto in cui ci siamo chiesti più volte se il mondo avesse perso il suo centro.
Eppure — ed è qui che la parola Natale riacquista spessore — è stato anche un quarto segnato da resistenze silenziose, da ricostruzioni lente, da semi minuscoli che hanno tenuto viva la trama del futuro.
Per questo la domanda sul Natale 2025 non è solo spirituale:
è storica.
Non possiamo dire “Natale” senza guardare in faccia i venticinque anni che ci stanno alle spalle:
un secolo giovane, che già porta rughe profonde.
🎄 Natale 2025 allora che cos’è?
È la domanda dopo le domande.
È lo spartiacque in cui capiamo che la speranza non abita nei miracoli che aspettiamo, ma nelle conversioni che scegliamo.
E il primo quarto di secolo, così inquieto, può insegnarci questo:
- che la fragilità non è un difetto, ma una lettura del mondo;
- che la storia non è un calendario, ma un campo da coltivare;
- che ogni volta che cadono certezze, nasce l’occasione di diventare veri;
- che la memoria — personale, familiare, popolare — è la radice che non ci spezza.
🌟 E dunque: quale dovrebbe essere l’attesa del Natale 2025?
L’attesa di ritrovare un centro, dopo venticinque anni che spesso ce lo hanno fatto smarrire.
L’attesa di un’umanità riconvertita alla cura, allo sguardo, alla responsabilità reciproca.
L’attesa non ingenua, non fuffosa, non cosmetica, ma radicata nella realtà.
Un’attesa che apre un secondo quarto di secolo più consapevole, se non più facile.
Forse il senso di questo Natale 2025 sta in una domanda che ci attraversa più che in una risposta che ci rassicura.
Brecht ci ricorderebbe che “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”: e allora essere vivi, oggi, significa non smettere di lottare contro l’indifferenza, la rassegnazione, la fuffa che riveste la realtà di carta velina.
#Günther #Anders direbbe che viviamo in un tempo in cui l’uomo è più piccolo delle cose che ha creato.
Eppure proprio per questo siamo chiamati a una conversione del possibile: ridiventare più grandi delle nostre paure, più umani delle nostre macchine, più presenti delle nostre assenze.
#Levinas, infine, ci consegna la frase decisiva: “Il volto dell’altro mi obbliga.”
E in questo obbligo, che non è peso ma promessa, sta forse il nostro Natale:
la possibilità di riconoscere che ci si salva solo se ci si guarda, se ci si ascolta, se ci si prende per mano nel buio di un secolo che ha già corso troppo in fretta.
Così chiude il nostro primo quarto del centennio:
non con una formula magica, ma con una direzione.
E se Natale ha ancora un senso, è questo:
credere che ogni nascita — anche la più fragile — sia un atto di resistenza alla notte.
Ciro Scognamiglio
(in arte Babbo Natale)

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