ACCOGLIERCI PER ACCOGLIERE DIO

Meditazione per il Trigesimo di Antonio S. #6dicembre2025

Cinquant’anni di Comunità – II Domenica di Avvento, 2025

C’è un momento, nel cammino di ogni comunità, in cui si arriva davvero al binario del saluto. Non un addio, ma una riconsegna. Cinquant’anni di storia, di scelte condivise, di ricerca di una chiesa altra ma non altra Chiesa, ci conducono oggi davanti alla soglia dove la memoria incontra la fede, e la fede diventa luce ricevuta e trasmessa.

L’Avvento è sempre un tempo per imparare ad accogliere.
Accogliere Dio, certo. Ma soprattutto – come ammoniva Paolo – accogliere noi stessi, gli uni gli altri, come corpo vivo del Risorto. È qui che l’attesa diventa Avvento: non nel guardare il cielo con impazienza, ma nel riconoscere Cristo nell’altro che mi è dato, nella comunità che cammina, nei figli e nelle figlie che sono nati dalle nostre scelte di fede, nelle famiglie che hanno intrecciato la loro storia alla nostra.

Oggi, la nostra comunità – come pellegrina d’antico cammino – avverte di nuovo la voce che grida nel deserto:
«Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri».

Giovanni Battista ci chiede una doppia conversione:
verso l’alto, per cercare Dio;
verso gli altri, per costruire la pace.
Perché non c’è Avvento senza riconciliazione, e non c’è riconciliazione senza coraggio di umiltà.

Da cinquant’anni percorriamo questa strada: non una via parallela alla Chiesa, ma una via dentro il Vangelo che invita a essere chiesa altra, non per separatismo, ma per fedeltà.
Fedeltà al pane condiviso, alla Parola ascoltata insieme, alle scelte fatte nei giorni luminosi e in quelli difficili.
Fedeltà ai figli e alle figlie cresciuti dentro questo respiro comunitario.
Fedeltà a un sogno di Chiesa capace di ascolto, di fraternità, di servizio.

Ed è in questo orizzonte che oggi ricordiamo Antonio, la sua luce mite, il suo ascolto, la sua sapienza quotidiana.
Con lui abbiamo imparato che il Credo non è un elenco: è una scelta.
Una scelta di speranza.
Una scelta di alleanza.
Una scelta di vita che non finisce.

«Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà»:
così professiamo ogni domenica.
E oggi questa frase ha il peso dolce e forte delle cose vere.

La risurrezione non è promessa vaga: è l’annuncio che Dio non distrugge, ma compie.
Che il nostro corpo fragile sarà trasformato in corpo glorioso, somigliante al Cristo risorto.
Che esistono cieli nuovi e terra nuova, e che là danzeremo nella luce che oggi intravediamo appena.

Antonio questo lo sapeva.
E con semplicità, negli ultimi giorni, lo è andato ripetendo a sé stesso e a noi:
«Sì, Signore, tu sarai la nostra luce, e noi danzeremo nella tua luce».

Cos’è allora la morte, se non essere spogliati al vento e consegnati al Sole?
Cos’è l’ultimo respiro, se non la libertà piena di cercare Dio senza più barriere?
E che cosa sono le nostre vette – quelle che abbiamo scalato e quelle che ancora ci attendono – se non soglie verso una Gerusalemme più vasta, dove nessuno cammina da solo?

Oggi, come comunità, ci ritroviamo al binario del saluto.
Ma non siamo orfani.
La fede costruita insieme non si disperde: si dilata.
La luce lasciata da Antonio non si spegne: passa di mano in mano, come una lampada antica.
E il nostro essere piccoli fratelli sulla strada della vita – ciascuno nel proprio modo – trova nuova forza nell’ascolto reciproco, nella fraternità semplice, nella consapevolezza che la Chiesa del futuro nascerà proprio da qui: da comunità che si ascoltano, che accolgono, che servono.

Oggi anche il sorriso dell’Arcivescovo ci dice che qualcosa si sta comprendendo:
che la missione della Chiesa, in un tempo di poche vocazioni, non potrà che ripartire da comunità come la nostra, da vite che hanno scelto di credere insieme.

Noi continuiamo la Traversata.
Con la nostra storia antica, con la nostra fede ferita e resistente, con i passi che ci hanno portati sin qui.
E sentiamo nel cuore una voce che non tace:

Shalom, Antonio.
Rimani con noi nella Luce.

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