DOVE IL VICOLO CHE INSEGNA

Turpiloquio didattico, coscienza e disobbedienza. Un libro, una notte, una vita intera.

Napoli  04 dicembre 2025 #Santa #Barbara aiutaci #TU noi uomini del vicolo!

INCIPIT

Ringrazio un amico che mi conosce come pochi: non per ciò che racconto, ma per ciò che diffondo quando apro e chiudo le virgolette con le mani, gesto antico del vicolo e rito del mio turpiloquio didattico.
Così mi ha definito, con lucidità affettuosa:
“L’uomo del turpiloquio didattico.”
E ne vado orgoglioso.

Non è volgarità: è antropologia della vita.
È linguaggio primordiale che diventa metodo educativo.
È parola che nasce dal ventre e si fa strumento, che trasforma la strada in scuola, il vicolo in cattedra, l’emozione in conoscenza.
È la lingua dei mammiferi: l’uomo parla, il cane ringhia, ma il sangue è lo stesso — e la verità pure.

Con quelle parole, e con quella gestualità, ho formato generazioni di allievi e allieve: operatori della strada, professori, scienziati, giovani persi e giovani salvati, donne e uomini di ogni livello e destino.
Da cinquant’anni il mio laboratorio-casa-studio è un porto: entrano, escono, ritornano.
L’ultima visita, ieri l’altro: due miei allievi, oggi cinquantatreenni, venuti a ricordarmi che certe radici non muoiono.

Ho letto Disobbedire di Frédéric Gros per tutta la notte.
Non per recensione.
Non per dovere accademico.
Per capire me stesso, mentre presentavo un libro a me stesso.

Volevo entrare nella lettura con la domanda aperta:
cosa pensano davvero di me Fabrizio e Antonio, fratelli della valle e colleghi della riflessione, uomini impegnati — come me — a cercare una linea d’incontro con quei ragazzi che dal vicolo venivano portati in classe da leggi che sceglievano per loro. Ragazzi sottratti alla scuola tecnica di Nisida, quell’isola-dedalo che Bennato ha saputo cantare in una canzonetta di altissimo lignaggio antropologico.

Non ho dormito neppure le mie solite due/tre ore.
Eppure questa notte vegliata mi ha vestito.
Dentro ci ho trovato due eserghi morali, firmati da Fabrizio e Stefania, ma pulsava anche quello del fratello assente Antonio.

Sono lieto — e grato — di essere nato per libera follia umana.
Il “nessuno” che vive in me, lucido e folle, oggi si riconosce intero.

È per questo che vale la pena leggere ciò che segue:
il libro di Gros parla di obbedienza e disobbedienza, come io ho parlato per tutta la vita ai miei ragazzi.
Perché, nella filosofia come nel vicolo, una verità resta:
si insegna soltanto ciò che si vive.

RECENSIONE CRITICA DI “DISOBBEDIRE” – FRÉDÉRIC GROS

C’è un filo sottile che attraversa la storia dell’umanità: l’obbedienza. È la radice silenziosa che rende possibile ogni società, ma è anche la trappola che ci lascia accettare l’inaccettabile. Frédéric Gros, nel suo Disobbedire, pubblicato da Einaudi, compie un gesto semplice e rivoluzionario: rovescia il quadro.

Non è la disobbedienza a essere problematica.
È l’obbedienza il vero mistero.
Perché obbediamo? A chi? Perché?

Gros smonta con precisione chirurgica le forme quotidiane della sottomissione: la deferenza verso l’autorità, il conformismo di massa, l’obbedienza cieca che deresponsabilizza.
La genealogia è lucida, a tratti spietata: l’obbediente “non risponde”, l’obbediente “esegue”, l’obbediente “non sa”.

La parte più intensa del libro è la sua “stilistica della disobbedienza”: non gesto anarchico, non ribellione adolescenziale, ma atto etico. Disobbedire significa assumere la propria responsabilità, dire “no” con maturità, con coscienza, con dignità.

In questo Gros dialoga con Thoreau, Arendt, La Boétie: tutti coloro che hanno visto nella disobbedienza non un difetto, ma una virtù necessaria alle democrazie.
E ci ricorda che l’obbedienza cieca ha prodotto i peggiori orrori della storia.

Il limite del libro?
A tratti resta troppo teorico: il gesto di disobbedienza è molto individuale, quasi ascetico. Manca spesso la dimensione collettiva, politica, organizzata.
Ma questo non sminuisce la forza del saggio: Gros non vuole indicare strategie, vuole indicare coscienze.

Disobbedire è un libro che parla alla nostra epoca, dove obbedire è diventato così facile da sembrare naturale. È un invito a risvegliarsi, a guardare in faccia il comando e scegliere.
È un libro scritto per chi non vuole più delegare la propria libertà.

Leggerlo significa attraversare un varco: dall’obbedienza che tranquillizza alla disobbedienza che libera.

FIRMA

Preside – Professore Ciro Scognamiglio
Uomo di Fisica – di Biologia – di Filosofia – di Antropologia letta al vicolo
(perché è lì che ci si forma al livello di appartenenza: la parola del vicolo, con le sue gesta e il suo turpiloquio, viene dal cuore. L’uomo parla, il cane ringhia, ma sono mammiferi entrambi — e imparano entrambi.)

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