Antropologia del tempo e delle macchine

Napoli Lontani La Traversata #22novembre2025

Viviamo in un’epoca in cui il tempo umano viene misurato in millisecondi e consegnato alle macchine. Ma le macchine non hanno memoria affettiva, non ricordano gli odori, non conoscono la vergogna né la responsabilità. Sta qui la vera frontiera: capire come restare umani mentre il nostro tempo viene tradotto in dati, algoritmi, notifiche. Da questo bivio nasce la domanda: AI sì o AI no?

DOMENICA DEL DECUMANO – AI sì o AI no, e perché?
Due giornalisti a confronto

La domenica, sul Decumano, il tempo sembra ancora avere il passo dell’uomo.
I passi lenti, il caffè che fuma nelle tazzine, il giornale che scricchiola fra le dita.
Eppure, sul tavolino rotondo davanti a due cronisti oggi c’è un intruso: accanto al giornale spiegazzato, un tablet acceso.
Due superfici diverse: una odora d’inchiostro, l’altra di algoritmo.

Sono in due, seduti l’uno di fronte all’altro.
Da una parte un giornalista di lunga strada, cresciuto con la carta stampata, la barba, il cappello, la memoria delle chiusure “a notte” e il rumore delle rotative.
Dall’altra un giornalista più giovane, magro, capelli neri, occhiali sul naso, figlio di un’altra velocità: la notizia che lampeggia sullo schermo, che cambia mentre la scrivi, che vive e muore nel giro di un clic.

La domanda, posta lì tra tazzine e pixel, è semplice solo in apparenza:
AI sì o AI no?
A cosa serve, a chi serve e soprattutto: chi comanda?
L’essere umano o la macchina?

Gli anni della carta stampata – quelli che oggi sembrano preistoria – avevano i loro ritmi, le loro colpe e le loro lentezze.
Anche allora si mentiva, si censurava, si tagliava su misura. Non era un paradiso.
Ma c’era qualcosa che oggi rischia di perdersi: il tempo dell’assunzione di responsabilità.
Si scriveva, si firmava, si usciva in edicola.
Se si sbagliava, il giorno dopo qualcuno veniva a chiedere conto.

Oggi, invece, il mondo corre. Le notizie entrano in tasca con uno schermo che bombarda a colpi di breaking news e di guerre in diretta.
La violenza non è più solo nelle prime pagine: è nelle notifiche, nei video, nelle clip di pochi secondi in cui la sofferenza diventa scorrimento col pollice.
In questo scenario l’intelligenza artificiale è insieme tentazione e scorciatoia: promette di scrivere più in fretta, riassumere il mondo, tradurre lingue, trovare titoli, analizzare dati.

Resta però una domanda, sospesa tra il caffè e il tablet:

Se la macchina aiuta a raccontare la realtà,
chi aiuta la macchina a capire che cosa è giusto raccontare?

L’AI può essere uno strumento potente, se resta al suo posto: dietro le quinte.
Può cercare, ordinare, confrontare, suggerire.
Ma non può sostituirsi al dubbio, alla coscienza, alla fatica di scegliere le parole.
La creatività, la responsabilità, l’etica del raccontare non stanno nel codice: stanno nell’essere umano che decide se usare il codice per servire la verità o per addomesticarla.

Per questo il problema non è semplicemente AI sì o AI no, come se si trattasse di scegliere un elettrodomestico.
La domanda vera è:

Quale giornalismo si vuole salvare in questo tempo di guerra, di velocità e di smemoratezza?

Quello che verifica, ascolta, mette la faccia, sbaglia e chiede scusa?
O quello che copia-incolla, rincorre l’algoritmo, si lascia dettare l’agenda dai trend del momento?

Sul tavolino del Decumano, in questa domenica, carta e schermo stanno vicini.
Non sono nemici: sono due strumenti.
La scelta decisiva passa dagli occhi e dalla coscienza di chi li usa.

Perché la vera alternativa, oggi, non è fra carta e AI, ma fra servire l’essere umano o servire il rumore.
Il resto si gioca giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, finché ci saranno mani disposte a scrivere e orecchie disposte ad ascoltare.
Senza un giornalismo umano, nessuna intelligenza – naturale o artificiale – potrà tirarci fuori dalla caverna delle ombre.

Prof. Scognamiglio – giornalista di strada

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