DAL DECUMANO DELLA STRADA

Antropologia della Libertà 15 novembre 2025

Io voto una figlia libera: #Teresa #De #Giulio

Ci sono istanti, davanti al cancello di una scuola, in cui un nonno sente addosso il peso della sua storia e il dovere della sua età. È quello che chiamo Nonnosità: una forma di autorevolezza che non deriva dal ruolo, ma dal vissuto. Una qualità che la politica non sa più esprimere, mentre proclama di voler educare i giovani al rispetto, all’antiviolenza, all’anti-bullismo, mostrando però un Parlamento trasformato troppo spesso in rissa, urla, feromoni di dominio e sceneggiate da palcoscenico.

Eppure pretendono di insegnare valori ai ragazzi.

Ma i giovani non sono alieni: sono il riflesso di ciò che siamo stati.
Ripetono gesti, scoperte, movimenti che appartengono all’antropologia della crescita, quella che noi stessi abbiamo attraversato. Per dialogare con loro bisogna scendere al loro piano, non elevarsi su pulpiti moralistici. La realtà è semplice: si nasce bambini, si diventa adulti, poi anziani. E chi è avanti negli anni ha un compito: essere un esempio, non un rimprovero vivente.

Abbiamo costruito uno Stato per organizzare la vita, ma troppo spesso lo trasformiamo in un’arena sterile. Le risse assembleari non sono folclore: sono una sconfitta. La politica dovrebbe essere memoria, responsabilità, servizio. Non fuffa, non “fuffosità”, non il teatrino di chi si schiera senza idee e senza visione.

La responsabilità adulta sta nel riconoscere il proprio cammino e nello scegliere con coscienza chi, oggi, può interpretare le istituzioni con dignità.

Pittografia d’Italia – L’uomo del popolo

La pittografia che accompagna questo testo — un uomo di spalle, cappotto pesante, bastone saldo, una via antica davanti a sé — non è un semplice disegno. È arte civile. È la schiena dritta dell’Italia che dal 1861 cammina, si ferisce, si rialza.

Quell’uomo è il contadino diventato operaio, il ferroviere che ha unito Nord e Sud, il reduce tornato senza casa, il nonno che oggi aspetta i nipoti davanti a scuola. È l’Italia dei borghi svuotati e delle periferie resistenti, delle mani sporche di lavoro e delle spalle cariche di memoria.

L’emozione sta lì:
in quella figura solitaria che è mille figure,
in quella strada che è la storia del Paese,
in quel passo che non si ferma mai.

Perché l’Italia che vogliamo far rinascere è quella del popolo, non quella dei palazzi.

Il voto come eredità dei padri

Votiamo.
Perché il voto è il dono più prezioso che ci hanno lasciato i nostri padri, attraversando guerre, dittature, miserie, ferite.
Votiamo perché il voto non è un gesto formale: è una testimonianza.
È ciò che ci distingue da quei popoli che, nel mondo, quando parlano liberi, pagano con la vita.

Votiamo per non tornare agli Aventini di ieri
e per non accettare le risse di oggi.
Perché se la politica diventa rissa, il popolo smette di votare.
E quando il popolo non vota, smette di esistere come popolo.

Noi no.
Noi votiamo le persone, non i contenitori.
Le storie, non le bandiere sventolate da ventole di partito.

Il Professore, che ha accompagnato generazioni di giovani, sceglie Teresa De Giulio.
La sceglie perché incarna valori civili, umani e politici.
La sceglie come padre morale di tanti ragazzi cresciuti alla sua ombra.
La sceglie perché Teresa è una figlia libera, non il prodotto di un apparato.

E anch’io, allo stesso modo,
voto una figlia libera: Teresa De Giulio.

Perché chi porta dentro di sé un fanciullino di libertà riconosce negli altri lo stesso respiro.
Questa è l’Antropologia della Libertà: la scienza semplice dei gesti che restano fedeli all’umano, oltre i teatri, oltre le maschere, oltre il rumore.

Lunedì sarò nel villaggio, tra la mia gente,
per raccontarvi tutto questo.
Per guardare negli occhi chi vuole capire.
Per confermare che la democrazia non è un disegno del passato,
ma un passo che continua ogni giorno, come in quella pittografia.

Grazie.
Andiamo a votare.
Perché noi non siamo fatti per il silenzio.

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