TU VUOI FARE IL COMUNISTA?

Lettera dal Decumano Minore – riflessione sulla vittoria di Zohran Mandani a New York

di CIROSCO99 – DPFOTOcs99

C’è una frase che torna come un’eco stanca nel mondo:

«Tu vuoi fare il comunista?».

La pronuncia il vecchio Trump, con la solita ironia corrosiva, rivolgendosi al nuovo sindaco di New York, Zohran Mandani, musulmano, figlio di migranti, democratico, outsider di un’America che non smette di specchiarsi nei propri fantasmi.

Ma questa volta la battuta ha un sapore diverso: non è solo politica, è antropologica.

Dietro l’ironia si nasconde una paura antica: quella di chi non accetta che il mondo cambi, che un giovane, che un “altro”, che un volto nuovo possa incarnare una libertà non addomesticata dalle oligarchie del potere e del denaro.

I. L’evento come segno dei tempi

La vittoria di Mandani – scontata, dicono i commentatori – in realtà segna la resa di un linguaggio e l’emergere di un altro.

Non è soltanto la conquista di una carica amministrativa: è la crepa che attraversa la corazza dell’Occidente stanco, quello che misura il valore umano in dollari e il consenso in percentuali.

Perché ogni volta che un giovane entra nei luoghi del potere, il potere si turba.

E ogni volta che il potere si turba, risorge il vecchio lessico delle paure: “comunista”, “straniero”, “diverso”.

II. Il nodo antropologico

Viviamo in un mondo dove, ancora oggi, uno si mangia tre polli e un altro non ha neppure le penne.

Trump e i suoi dazi sono il simbolo di questo dislivello globale: il protezionismo come difesa dell’ego, non dei popoli.

Eppure dietro questa miseria morale si muove qualcosa: la domanda di giustizia, di redistribuzione, di libertà concreta, non proclamata.

“Salire all’Aventino” – scrivevo un tempo – non per fuggire, ma per non tradire.

Forse oggi salire all’Aventino significa ritirarsi dal clamore per ritrovare il senso della parola “servire”.

Perché la libertà non è mai gridata: si costruisce nel silenzio di chi osserva, scrive e condivide.

III. Il comunismo che non esiste più

E allora, quale comunismo teme Trump?

Non certo quello dei manuali russi, né quello cinese dei capitali di Stato.

Forse teme il comunismo del pane e delle briciole, il comunismo della strada che ricorda, della voce che torna, del vicolo che insegna a dividere un pasto e una parola.

Teme la memoria come resistenza, teme la povertà che si organizza in pensiero.

IV. Il passaggio generazionale

Siamo ancora prigionieri dei boomer, di un mondo gerarchizzato che non lascia spazio alle nuove voci.

Ogni volta che un giovane si affaccia con coraggio – sia un sindaco a New York o un’insegnante nel suo quartiere italiano – scatta la diffidenza del vecchio potere.

Eppure il tempo ci chiede un salto: passare dalla gerarchia alla comunità, dall’io al noi, dalla rendita alla relazione.

V. Conclusione

Il vecchio Trump ride e dice: “Tu vuoi fare il comunista”.

Ma dietro il suo sorriso si intravede il timore di chi sa che il mondo non si governa più con i muri, ma con i ponti.

Il vero comunismo – quello umano, evangelico, quotidiano – è la condivisione della dignità.

Ed è questa, forse, la sola rivoluzione ancora possibile: quella che comincia nel vicolo e finisce nel mondo.

DPFOTOcs99 – pittografia di copertina: “Trump a Mandani: Tu vuoi fare il comunista”

CIROSCO99 – Lontani la Traversata blog

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