Professore, Napoli, Decumano Minore. #Giovedì16ottobre2025
Giornata uggiosa di pioggia: i miei allievi non mancano mai. Parlano del mondo, del presente, del futuro — e oggi della guerra.

Piove sul Decumano

Piove sottile sul Decumano Minore. In aula, i ragazzi sono lì: attenti, curiosi, con la forza di chi sogna un futuro nonostante tutto. La lezione comincia con una domanda che taglia come un coltello:

Che fine ci fanno fare questi quattro esaltati guerrafondai?

Da quella domanda nasce una conversazione che non è più solo una lezione, ma un piccolo laboratorio di cittadinanza.

Le radici della guerra

Non è facile spiegare la guerra. Gli antropologi ci insegnano che non è un destino naturale dell’uomo, ma una costruzione culturale. In molte società antiche i conflitti erano rituali: nessuna devastazione, nessun esercito permanente.

La guerra “vera” nasce con lo Stato e con la logica del dominio. Da allora, il potere si fa ideologia e la violenza diventa sistema. Oggi, con la tecnologia e i media, la guerra non distrugge solo i corpi: invade anche le coscienze.

Spettacolo e potere

Oggi la guerra è anche uno spettacolo mediatico. I droni volano anche negli schermi, i leader si accusano a colpi di tweet, la violenza si trasforma in show.

«Professore, ma questi non hanno paura di niente?»

«Forse sì», rispondo. «Hanno paura di perdere consenso. Ma la paura vera è di chi non ha più casa, scuola, dignità».

Tra propaganda e indifferenza, la guerra si consuma anche dentro di noi: quando smettiamo di pensare, di indignarci, di educare.

I ragazzi parlano

Poi succede qualcosa. I ragazzi iniziano a parlarsi tra loro. Qualcuno racconta di un nonno partigiano, un altro della zia volontaria in un campo profughi. L’aula si trasforma in un piccolo parlamento della coscienza.

«Se toccasse a noi?»

Nessuno ride. Nessuno cambia argomento. Tutti capiscono che la pace non è un’idea, ma un mestiere quotidiano.

La lezione del Decumano

Fuori la pioggia scivola sui vicoli, dentro si asciugano i pensieri. Sul Decumano Minore Napoli continua a essere una metafora del mondo: ferita, ironica, resistente. È qui che la scuola torna a essere spazio politico, non di partito ma di umanità.

Ogni parola pronunciata in classe è un seme di pace. Ogni ascolto, un atto di resistenza.

Epilogo — E noi, che fine faremo?

Forse la risposta non è nei palazzi del potere ma nei cortili delle scuole, nei campi sportivi, nei vicoli dove ancora si può sognare.

La pace, come la pioggia di stamattina, è sottile e insistente. Bagna la pietra, ma serve tempo. E serve cura.

📦 Box: Cosa resta della lezione

  • La guerra non è naturale. È una costruzione politica e culturale.
  • I media non sono neutrali. Spettacolarizzano la violenza.
  • I giovani vedono e sentono. La loro domanda è già un atto di pace.
  • La scuola è comunità. Ogni dialogo è un antidoto alla paura.

💬 Invito ai lettori

La redazione invita studenti, docenti, genitori e lettori a partecipare al prossimo incontro-laboratorio “Pace e sport: educare alla vita”, organizzato presso la scuola del Decumano Minore. Sarà un’occasione per continuare il dialogo nato in aula, tra parole, immagini e gioco di squadra.

La Redazione di Lontani la Traversata
99NoiFuoritempo!

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