DI CHE PACE SI TRATTA

CIRO SCOGNAMIGLIO – dal DECUMANO della SPERANZA,

13 ottobre 2025

Parliamo di pace, ma è importante sottolineare subito che quello che stiamo vivendo non è pace. Quello che si sta consumando a Gaza e Israele è una tregua, una sospensione momentanea delle ostilità. Fragile, precaria, sì, ma vitale. E non ci sono rappresentanti diretti dei principali attori politici al tavolo della firma: Netanyahu non sarà presente, così come nessun rappresentante di Hamas, quell’organizzazione politica-militare che negli anni ha costruito una rete di potere e resistenza, ma non rappresenta il popolo. L’unico reale protagonista è il popolo, chi sopravvive, chi soffre, chi torna lentamente a casa.

Il 7 ottobre ha lasciato un segno indelebile: morti tra ebrei e palestinesi, famiglie spezzate, bambini uccisi, civili innocenti. Settanta mila morti, in gran parte donne e bambini, distruzione diffusa delle case e delle infrastrutture. In mezzo a questa tragedia, parlare di tregua è già un primo atto di sopravvivenza. Non si tratta di pace, ma di respiro per vivere.

Chi è Netanyahu? La storia parla chiaro: dal 1947 ha costruito una carriera politica fondata sull’odio, trasmesso e insegnato sin dalla famiglia, dal dolore della perdita del fratello, dall’educazione ricevuta dal padre filosofo che istruisce i bambini a diffidare e a disprezzare gli altri fin dall’infanzia. E Hamas? Mas, chi rappresenta? Ancora una volta, il popolo è l’unica realtà concreta. Tutto il resto sono sigle, strategie, interessi geopolitici.

Mohammed, testimone diretto della tragedia, racconta la guerra come esperienza quotidiana: due anni lontano dalla famiglia, vivere in tenda, sotto sfollamento, con la morte che incombe ogni minuto. È felice di essere sopravvissuto, ma triste per ciò che ha perso: ricordi, amici, luoghi familiari. La sua testimonianza ci ricorda che la tregua non è astratta, ma vita concreta, sopravvivenza, possibilità di ricostruzione.

Giorgio Monti, coordinatore medico di Emergency a Gaza, ci descrive le ore in cui la tregua prende forma: infermieri rilasciati dopo un anno di detenzione, famiglie che riabbracciano i loro figli, nascite di bambini chiamati “Pace”. Ogni gesto è un segnale tangibile che la vita continua. I convogli umanitari entrano attraverso il valico di Kerem Shalom: farina, medicinali, aiuti essenziali che consentono di sopravvivere.

Sul piano diplomatico, gli Stati Uniti hanno esercitato una pressione decisiva. Duecento militari sono stati inviati per coordinare la stabilizzazione e garantire la tregua. Donald Trump, pur criticato, ha imposto un ordine immediato, riuscendo dove nessuno negli ultimi ottant’anni era riuscito: una sospensione reale delle ostilità. È l’autorevolezza autoritaria, l’azione diretta che permette di salvare vite.

Ecco la cronologia degli eventi principali nelle ore più recenti:

  1. Annuncio della tregua: cessate il fuoco dichiarato, primo segnale di sospensione delle ostilità dopo giorni di bombardamenti continui.
  2. Reazioni sul campo: la popolazione inizia a credere alla tregua, tornano alla vita quotidiana e ai gesti di normalità; alcuni ospedali riaprono, i medici riprendono servizio; i bambini possono vedere i genitori.
  3. Rilasci di ostaggi e prigionieri: infermieri e sanitari detenuti per mesi vengono liberati, rientrano nelle loro case, le famiglie organizzano feste per accoglierli.
  4. Aiuti umanitari: camion con cibo, medicinali e beni essenziali attraversano Kerem Shalom, distribuiti alle famiglie.
  5. Firma dell’accordo simbolico: a Qatar, senza la presenza di Netanyahu e di figure Hamas; presenti capi di stato internazionali, tra cui il premier italiano Giorgia Meloni. La cerimonia ha valore simbolico, ma è necessaria per consolidare la tregua.
  6. Ruolo degli Stati Uniti: supervisionano e garantiscono la tregua, mediazione tra le parti, presenza militare per coordinare le operazioni umanitarie e di sicurezza.
  7. Messaggi alla comunità internazionale: Casa Bianca invia istruzioni e inviti ai capi di stato per partecipare alla cerimonia, sottolineando la responsabilità collettiva e la necessità di sostenere il popolo.

Non dimentichiamo le cifre drammatiche: 70.000 morti, infrastrutture distrutte, scuole e ospedali ridotti in macerie. Ogni ora di tregua rappresenta un’ora di vita salvata, un respiro, un ritorno a casa, un momento per ricostruire ciò che la guerra ha spezzato.

La tregua è fragile. La pace vera è lontana, ma questa sospensione delle ostilità permette:

  • ai civili di rientrare nelle loro case;
  • agli ospedali di riprendere servizio;
  • alle famiglie di riabbracciarsi;
  • alla vita di ricominciare, anche tra le macerie.

Io ho sempre insegnato ai miei studenti che la simmetricità ci rende uguali agli altri animali: dormiamo, mangiamo, facciamo i bisogni come tutti. L’asimmetria nasce dall’essere umano pensante: chi guida, chi educa, chi indica percorsi, chi fa scelte consapevoli. Essere democratici significa dare possibilità, indicare principi, poi lasciare la scelta a chi ascolta. Trump, con la sua linea chiara e decisa, ha agito in maniera autoritaria, ma efficace: ha stabilito cosa fare, e il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Non interessano le piazze piene di bandiere o i simboli propagandistici. Ci interessano le vite, la sopravvivenza, i sorrisi dei bambini, il ritorno degli infermieri al lavoro, il primo respiro di un popolo che può ancora sperare. La tregua permette tutto questo. La pace vera resta lontana, da costruire giorno per giorno.

Oggi possiamo testimoniare, raccontare, dare visibilità. Il popolo è l’unico protagonista reale, e ogni ora di tregua è un atto di umanità, un piccolo miracolo di sopravvivenza e dignità. Chi ama la libertà deve leggere, capire e ricordare: la pace non è ancora qui, ma il respiro della vita continua, e dobbiamo saperlo raccontare.

#FUORITEMPO – a saperlo raccontare – alla storia e ai libri stessi per il domani!

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