BERLINO, 24 agosto 2025.


Riprendo il cammino, da solo, ma oggi la chiarezza ha trovato luce. I gesti nuovi di questo 2025 hanno in parte concretizzato la mia necessità di non cedere a un oblio balzacchiano, di continuare invece a educarmi ed educare – nelle classi dei giovani e tra i miei nipoti – seguendo l’esempio dei mentori incontrati e, soprattutto, di mio Padre. Con i segni del dolore che portarono Sparanise all’inizio dell’inferno, egli sintetizzava il credere di Jim Morrison: «Quando morirò andrò in paradiso, perché l’inferno lo sto già vivendo».[ Cito:Capitolo2,pag19-Viaggio di 40 e una barca ].

IL PUGNO CHIUSO – UN RAGAZZO ANZIANO E UNA STORIA A BERLINO

Il pugno chiuso non nasce come un semplice saluto militante, ma come un segno universale: le dita fragili che si stringono insieme diventano forza, unità, resistenza. Berlino lo accolse negli anni Venti, con il Rotfrontkämpferbund, in contrapposizione al saluto nazista: pugno serrato contro braccio teso. Era il gesto di chi non aveva nulla da perdere, ma voleva ancora gridare dignità.

Berlino, agli inizi del Novecento, era una città di contrasti estremi. Fino al 1850 contava appena 400mila abitanti, ma nel giro di pochi decenni l’industrializzazione la trasformò in una metropoli di oltre due milioni di persone. Si costruivano a ritmo febbrile le Mietskaserne, palazzi serrati l’uno all’altro, con cortili stretti come ferite nella pietra: cinque metri di spazio per lasciar passare i pompieri, ma nessuna aria, nessuna luce.


Gli appartamenti “di facciata” erano riservati a piccoli borghesi, artigiani, impiegati. Nei cortili interni, invece, si ammassavano gli operai: una stanza per intere famiglie, un letto condiviso, cucine che diventavano il cuore pulsante della vita quotidiana. I bagni non c’erano; restavano i catini, e da lì la necessità dei Stadtbad, le piscine pubbliche che furono soprattutto docce per una popolazione che scopriva a fatica l’igiene moderna.

Berlino era quindi laboratorio di modernità e, insieme, simbolo della sua crudeltà. La città degli operai e dei cortili bui, ma anche la capitale di un impero che si proiettava verso la guerra mondiale. Era il terreno fertile dove potevano attecchire, insieme, l’utopia e la barbarie.

Carl Sternheim, osservatore lucido del suo tempo, scrisse: «Tutto quanto è accaduto a Berlino non ha paragoni». In effetti Berlino è stata, e resta, il Novecento: città che ha conosciuto l’ascesa e il crollo del Reich, la dittatura e la resistenza, il Muro e la sua caduta. Una capitale che più di altre racconta la fragilità della civiltà europea, ma anche la sua capacità di ricominciare.

E io, “ragazzo anziano”, arrivo oggi a Berlino come pellegrino della memoria. Cammino tra Kreuzberg e Prenzlauer Berg, dove i cortili operai sono diventati quartieri alla moda, e mi chiedo dove sia finito il fanciullino del Decumano minore. Forse è nei volti dei giovani che attraversano Alexanderplatz, inconsapevoli eredi di cento anni di lotte, oppure negli anziani che ricordano la fame, i bombardamenti, la città divisa. Forse è nei pugni chiusi che ancora si alzano nei memoriali, non come slogan, ma come silenzioso atto di fedeltà ai caduti.

Il fanciullino del Decumano non è scomparso. Resiste nei dettagli, nei graffiti che reclamano futuro, negli sguardi curiosi dei bambini berlinesi che giocano nei cortili un tempo oscuri. E resiste in me, che porto addosso la mia età e le mie cicatrici, ma continuo a guardare la storia con gli occhi di un ragazzo.

Per questo chiudo qui, a Berlino, il mio viaggio antropologico in Germania. Berlino non è solo il Novecento: è oggi, è domani, è promessa di rinascita.


Il pugno chiuso, da segno di lotta, diventa per me un simbolo di continuità: memoria che non si piega, fanciullino che non smette di guardare avanti.

Vielen Dank, Berlino. Grazie.

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