SOLO GLI OCCHI. Veli, panchine e parole in via Cinthia
Lettera dal Decumano Minore
di CIROSCO99 (Ciro Scognamiglio) #5agosto2025
Era seduta sulla panchina dell’università Monte Sant’Angelo, tra cemento, vento e attese. I suoi occhi, solo quelli, si muovevano. Il corpo immobile, il volto coperto. Attendeva il pullman – o forse altro. Io passavo, uomo di strada, ex docente e cronista dei vicoli, accogliente per vocazione e per storia. Ma qualcosa mi ha interrogato. Non su di lei – che rispetto – ma su ciò che il mondo ci chiede di non vedere.
Mi chiedo:
Chi ha deciso che una donna debba mostrare solo gli occhi agli esseri umani?
Quale Dio unico ha lasciato traccia scritta di una tale richiesta?
E quale comunità spirituale, religiosa, culturale o maschile ha trasformato la fede in segregazione dello sguardo?
Non parlo da uomo di parte.
Non sono islamofobo – e chi mi conosce lo sa.
Ma nemmeno posso essere cieco.
Perché se la pace tra civiltà deve fondarsi su reciproco rispetto, allora non può nascere dall’obbligo del silenzio.
Nella Bibbia, nel Corano, nel Vangelo – se letti con spirito di giustizia – non c’è traccia di Dio che umilia la donna.
C’è traccia, semmai, di uomini che hanno travestito la paura da religione.
C’è la modestia, sì. Ma c’è anche il diritto di parola, di volto, di cammino.
Nel deserto di ogni fede, la donna è sorella, non spettro. È parola, non solo sguardo.
Qualcuno mi ha chiesto: “Ma tu ci puoi entrare in una moschea con le scarpe tuo ortopediche se sei zoppo di mestiere della vita?”
Domanda legittima, ma anche spia di un disagio.
Perché siamo arrivati al punto in cui il rispetto si è trasformato in sottomissione muta, e l’accoglienza rischia di diventare una recita silenziosa, priva di domande.
Io accolgo.
Ma accogliere non significa rinunciare a pensare.
Io rispetto.
Ma il rispetto non può diventare sacrificio della verità.
E intanto la panchina resta lì.
Via Cinthia è già margine di un margine.
E quella giovane donna, che forse ha scelto da sé o forse no, diventa simbolo involontario di una domanda senza risposta.
Chi protegge chi? E da cosa?
Chi è più vulnerabile: chi si mostra o chi si nasconde per sopravvivere al mondo degli uomini?
E poi c’è il mondo più grande, che brucia.
Un mondo che oggi ha paura di chiamare le cose con il loro nome.
Abbiamo inventato parole come genocidio, ma ora tremiamo a pronunciarle.
Abbiamo taciuto davanti alla Shoah, e ora rischiamo di usare quella memoria come giustificazione per altri dolori inflitti.
Chi sono oggi le vittime, chi i carnefici, chi i folli e chi i disperati?
I Palestinesi soffrono.
Gli Israeliani vivono nella paura.
E i fanatici, da ogni parte, armano gli uni contro gli altri.
Dov’è il punto di caduta della coscienza civile?
Possiamo davvero continuare a parlare di pace mentre fabbrichiamo odio?
Non so se posso entrare in una moschea con le scarpe.
Ma so che voglio entrare a piedi nudi nella verità di ogni essere umano.
E se quella verità è coperta, negata, nascosta o costretta, allora il dovere di un vecchio cronista come me è scriverne.
Non per giudicare.
Ma per non smettere di interrogarsi.
CIROSCO99
scrivente di strada, uomo del mondo, ex preside, cronista del vicolo e del cuore umano
E poi… viaggiavo per non vedere, e per riposarmi.
Ma non ci #riesco.
Sono tornato indietro, su quella panchina e in quella domanda.
Non per giudicare, ma per #capire.
E da lì mi sono rimesso in cammino, verso il mio villaggio:
Pianura, Chianura, Decumano, Recanati del Sud.
Mi sono fatto àconvinto anche di questo:
che non si va in ferie dalla coscienza,
e che il mestiere di vivere è ancora, ostinatamente,
quello di stare dalla parte dell’umano, ovunque e comunque sia vestito.
#FUORITEMPO – ma quale FERIE!

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