Caro Raffaele,

ti scrivo col mio sanpietrino. Non quello che si scaglia, ma quello che ferma la finestra del mio studio a Pianura, periferia delle periferie della vita.
Da qui, dal margine estremo della città, osservo e ascolto. Non sono più giovane, è vero, ma ancora mi batte dentro il cuore del Neandertal: quello che faceva comunità prima di Platone, che divideva il pane senza bisogno di teorie, che seppelliva i propri morti e stringeva i vivi nel cerchio del fuoco.
Tu sai bene, con la tua mente raffinata, cosa vuol dire “umanesimo della speranza”. Ma permettimi di dire che io ci arrivo da un’altra angolazione.
Vedi, molti degli astanti che parlano oggi – anche con cuore sociale e cultura sincera – scrivono da cattedre nel centro della città, da terrazze vista mare o sale universitarie che si affacciano su Chiaia.
È un altro mondo. È la città che pensa al disagio, non dal disagio.
Io invece scrivo da Pianura. Non solo luogo geografico, ma condizione esistenziale. Quartiere marginale che sa ancora cos’è una discarica che puzza più dell’indifferenza. Luogo dove ancora si chiede “chi sono i responsabili?” e nessuno risponde. Dove la cultura, se c’è, si fa col sangue e con le mani. Qui non si fanno convegni, si fa resistenza.
E allora ti dico, caro Raffaele: io non voglio essere sapiens, se il sapiens è quello che ha dimenticato il dolore del sacco vuoto.
Preferisco tornare Neandertal, se questo vuol dire sentire l’altro, spezzare il pane, soffrire insieme.
Einstein, interrogato sulla terza guerra mondiale, rispose:
“Non so con quali armi si combatterà la Terza, ma la Quarta si combatterà con le clave.”
Io quella clava la sento già nella mano dei poveri, nella disperazione dei giovani, nella rabbia muta delle periferie.
E lo disse anche lui, Einstein, in tempi non sospetti:
“Quando l’uomo ha il sacco pieno, non sa cos’è la sofferenza.”
E oggi tanti parlano – e scrivono – col sacco pieno.
Io no. Io scrivo col sanpietrino. Quello che mi ricorda chi sono. Quello che non lascio volare contro nessuno, ma che tengo in pugno per sentire il peso della mia storia.
Io ho letto le tue parole, i tuoi testi.
Mi sono abbeverato al tuo sapere, e lo rispetto.
Ma ti scrivo così, senza filtro, perché solo chi ha fatto comunità può fare civiltà.
E oggi, o torniamo al Neandertal della solidarietà… o ci resta solo la clave.
Tuo fratello del margine,
Ciro Scognamiglio
(scrivente di vicolo, diversamente folle, ex scienziatino non allineato)P.S. – A chi legge da Chiaia:
io non sono ciò che volete assegnarmi.
Sono altro.
E anche questo è scienza del vivere
Lettera a Raffaele Porta
scienziato, professore, uomo della molecola e della memoria
Caro Raffaele,
ti scrivo col mio sanpietrino. Non quello che si scaglia, ma quello che ferma la finestra del mio studio a Pianura, periferia delle periferie della vita.
Da qui, dal margine estremo della città, osservo e ascolto. Non sono più giovane, è vero, ma ancora mi batte dentro il cuore del Neandertal: quello che faceva comunità prima di Platone, che divideva il pane senza bisogno di teorie, che seppelliva i propri morti e stringeva i vivi nel cerchio del fuoco.
Tu sai bene, con la tua mente raffinata, cosa vuol dire “umanesimo della speranza”. Ma permettimi di dire che io ci arrivo da un’altra angolazione.
Vedi, molti degli astanti che parlano oggi – anche con cuore sociale e cultura sincera – scrivono da cattedre nel centro della città, da terrazze vista mare o sale universitarie che si affacciano su Chiaia.
È un altro mondo. È la città che pensa al disagio, non dal disagio.
Io invece scrivo da Pianura. Non solo luogo geografico, ma condizione esistenziale. Quartiere marginale che sa ancora cos’è una discarica che puzza più dell’indifferenza. Luogo dove ancora si chiede “chi sono i responsabili?” e nessuno risponde. Dove la cultura, se c’è, si fa col sangue e con le mani. Qui non si fanno convegni, si fa resistenza.
E allora ti dico, caro Raffaele: io non voglio essere sapiens, se il sapiens è quello che ha dimenticato il dolore del sacco vuoto.
Preferisco tornare Neandertal, se questo vuol dire sentire l’altro, spezzare il pane, soffrire insieme.
Einstein, interrogato sulla terza guerra mondiale, rispose:
“Non so con quali armi si combatterà la Terza, ma la Quarta si combatterà con le clave.”
Io quella clava la sento già nella mano dei poveri, nella disperazione dei giovani, nella rabbia muta delle periferie.
E lo disse anche lui, Einstein, in tempi non sospetti:
“Quando l’uomo ha il sacco pieno, non sa cos’è la sofferenza.”
E oggi tanti parlano – e scrivono – col sacco pieno.
Io no. Io scrivo col sanpietrino. Quello che mi ricorda chi sono. Quello che non lascio volare contro nessuno, ma che tengo in pugno per sentire il peso della mia storia.
Io ho letto le tue parole, i tuoi testi.
Mi sono abbeverato al tuo sapere, e lo rispetto.
Ma ti scrivo così, senza filtro, perché solo chi ha fatto comunità può fare civiltà.
E oggi, o torniamo al Neandertal della solidarietà… o ci resta solo la clave.
Tuo fratello del margine,
Ciro Scognamiglio
(scrivente di vicolo, diversamente folle, ex scienziatino non allineato)P.S. – A chi legge da Chiaia:
io non sono ciò che volete assegnarmi.
Sono altro.
E anche questo è scienza del vivere
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