DISABILI A CHI?! – Dedicato a Claudio Roberti, alla ruota che gira (e pure a quelle bloccate)

dal Decumano Minore, voce inascoltata ma resistente 27 maggio 2025

“La disabilità – scrive Claudio Roberti – è spesso negli occhi di chi guarda.”

Ecco, partiamo da qui. Da questa frase che rovescia il tavolo, che scardina la comoda pietà, l’imbarazzo impolverato, la compassione di chi guarda e subito scappa. Che poi, spesso, più che guardare osserva come si fa con le vetrine: da fuori, a distanza di sicurezza.

Ma di sicurezza, nella vita di chi ha una disabilità, ce n’è poca. Come di ascensori funzionanti. O di scivoli accessibili. O di autobus a pedana. O di leggi rispettate e non solo annunciate a reti unificate.

Noi, sì noi, testardi figli del sud e del sottosuolo senza petrolio (che tanto qui ci lasciano il sole, ché non si può rubare), lo sappiamo da sempre:

le barriere peggiori non sono quelle di cemento, ma quelle nel cranio.

Negli anni ’70, noi c’eravamo. E c’eravamo prima che ci fossero i convegni.

Il mio amico Claudio – che non vuole che gli ricordi che abbiamo superato gli “anta” – parlava di disabilità quando ancora ci chiamavano “handicappati” con quella H come un chiodo nel muro.

H come Hendicap, parola storta che da un lato voleva dire “vantaggio”, ma da noi, a Napoli, voleva dire “fermati là”.

Mentre noi parlavamo di biologia sanitaria e ci sognavamo futuri da fisici nucleari (oggi ne parlano di nuovo in Parlamento, che pare il 2025 ma sembra il 1971 travestito male), ci hanno fatto rifare gli studi e ci siamo trovati docenti di scienze e tecnici senza passerelle, ma con i bastoni.

Eh sì, perché la passerella – quella vera, quella che ti fa salire su un autobus – non c’era. E spesso non c’è neanche adesso.

Claudio le ha messe le foto delle sconcezze nel suo libro. Noi invece le abbiamo vissute, digerite, imprecate e poi denunciate.

Come quella volta, anno 2001, a Helsinki, terra di ex-vichinghi gentili, falegnami di precisione e maestri d’ascia.

Aspettavo un autobus. Mi avvicino per dare una mano, con la mia zoppia educata e discreta.

Arriva una mamma in carrozzella con bimbo al traino. Lei sorride. Il bambino sguscia giù, incastra tutto, si aggancia come un astronauta e… salgono. In silenzio. Senza bisogno di eroi o pietà. Solo con un diritto che lì è pratica quotidiana.

Io, impietrito, pensai: ecco come si fa.

Oggi è il 2025. Noi? Aspettiamo ancora il 2055. E nel frattempo, ci commuoviamo a vedere Marta Russo, disabile, influencer, cavaliera del Presidente – quello vero, quello giusto: Sergio Mattarella, ancora lì a salvarci il decoro.

Disabili a chi?!

A noi che mettemmo le paline gialle per la sosta con Lucia quando nessuno ci pensava.

A noi che non sappiamo ancora come si sale su un bus a Napoli senza bestemmiare (a bassa voce, ché siamo educati).

A noi che combattiamo norme e codici pensati da chi vive su un altro pianeta: dove la disabilità è ancora malattia, non differenza.

Claudio, caro amico e fratello di strada, questo tuo libro è l’ennesimo appiglio per dire che non esistono “CONCLUSIONI”.

Siamo in pieno fuoritempo, ma non fuori gioco.

Abbiamo bastoni, sì, ma anche parole.

Abbiamo ruote, ma anche ricordi.

Abbiamo cicatrici, ma anche progetti.

E abbiamo i nostri allievi-mentori, come il giovane Antonio Pone – che parte, ma resta. E che mi ha insegnato, da vero ingegnere del futuro, a usare perfino il disegno pittografico con l’intelligenza artificiale.

Io? Continuo a scrivere da monello, con una gamba e mezzo e qualche parola intera.

E se qualcuno ha ancora voglia di ascoltare:

venite alla presentazione del libro di Claudio Roberti,

che dopo il Vitruvio ci racconta di un’adattabilità sconcertante.

E se mi chiedono:

“Professò, ma che è successo?”

Risponderò:

È successo che esistiamo.

E loro non ci vedono.

FUORITEMPO- LORO NON CI VEDONO!

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