La teologa e suora Martha Zechmeister CJ di El Salvador

14 Maggio 2025

La teologa e suora Martha Zechmeister CJ di El Salvador scrive al

nuovo Papa: una lettera potente e allo stesso tempo molto bella.

Sono felice della tua elezione. Sono incredibilmente felice che sia stato eletto papa tu,

uomo della Chiesa missionaria, uomo di vera interculturalità, “pastore che ha l’odore

delle pecore”. E sono grata che la tua elezione prometta continuità con l’opera di papa

Francesco. Ha riportato al centro della Chiesa ciò che al centro spetta: l’impegno

incondizionato verso i vulnerabili, le emarginate, gli “scartati”. Questa è la pratica di

Gesù e per questa val la pena mobilitare tutte le nostre forze. La scelta della tua persona

e il nome Leone che hai scelto mi danno la speranza che continuerai a guidare la Chiesa

su questa strada.

Sono una suora e un’insegnante di teologia. Insieme ai miei studenti, tutti giovani

religiosi, giovedì scorso, l’8 maggio 2025, in una piccola aula iniversitaria di El Salvador

ho guardato incantata, sul cellulare e sul computer, la fumata bianca che si alzava. Siamo

rimaste/i affascinate/i dall’atmosfera festante della folla in piazza San Pietro. Abbiamo

ascoltato il tuo primo “la pace sia con voi” e siamo state/i felici di questa parola potente,

in un mondo tormentato dalla guerra! E quando ti sei rivolto a noi in spagnolo e hai

espresso il tuo rispetto per la fede delle/i latinoamericane/i, non c’era modo di fermare

la gioia.

Mi sento profondamente connessa con te

Fratello Leone, mi sento profondamente connessa con te nel tuo impegno per una Chiesa

povera, per una Chiesa delle/i povere/i. Abbiamo più o meno la stessa età e

condividiamo una biografia simile: la vocazione alla vita religiosa, la formazione

teologica sulla scia del Concilio Vaticano II, l’uscita da ciò che significa la propria identità

culturale; via dal Nord del mondo, da una società privilegiata, per trovare la nostra

nuova casa in America Latina; dove ci troviamo di fronte direttamente a ciò che le

politiche imperialiste dei “paesi sviluppati” stanno facendo in altre parti del mondo.

Condivido con te la gioia di ciò che significa essere accolte/i come una sorella, come un

fratello, in un luogo dove il Vangelo ha rilevanza immediata, in una Chiesa dove non

bisogna cercare artificialmente il senso della fede, ma dove la fede è, per tante/i, il pane

quotidiano della sopravvivenza.

Fratello Papa, 50 anni fa ho iniziato il mio cammino consapevole nella Chiesa con la

fiducia certa, forse ingenua, che sarebbero bastati solo pochi anni prima che trovassimo

una fraternità e sororità completa nella Chiesa; una Chiesa in cui non ci fossero più

gerarchie basate sul genere. Ho riposto la mia fiducia in una Chiesa guidata da Gesù e

dalla sua pratica, dal suo modo di incontrare le donne e gli uomini, una Chiesa che perciò,

senza se e senza ma, metta in pratica la semplice verità: «Uno solo è il Padre vostro,

quello nei cieli» (Mt 23,9), e voi siete tutti fratelli e sorelle!

Uomo ragionevole e allo stesso tempo sensibile

Leone, sei un uomo ragionevole e sensibile. Quando ho ascoltato il tuo discorso breve e

chiaro, ho provato profonda gratitudine perché la tua sobrietà e razionalità si

distinguono così piacevolmente dalle assurdità populiste e irrazionali degli uomini

“machi” che attualmente dominano il mondo. E sei un canonista. Tu sai quanto l’intero

“apparato” della Chiesa cattolica non sia semplicemente dovuto alla “legge divina”, ma

sia cresciuto storicamente, sia stato plasmato dal contesto e dalla relativa situazione

culturale; e quanto possa quindi essere modificato. L’unica cosa che deve davvero

costituire il “canone”, lo standard incrollabile di come dobbiamo organizzare la Chiesa,

è il modo in cui Gesù ha istituito la comunità e come i suoi discepoli e le sue discepole si

sono riunite/i nelle loro comunità in seguito all’incontro con il Risorto e all’incursione

del suo Spirito a Pentecoste. Tutto il resto è opera umana, è cresciuto nel corso della

storia e quindi può essere cambiato.

Caro fratello Papa, come te, sono plasmata dal carisma del mio ordine. Mi sento in debito

con Mary Ward, che più di 400 anni fa ha ampliato i confini di ciò che era allora possibile

secondo il diritto canonico. È uscita dalle mura del chiostro e così ha contribuito in modo

significativo ad aprire la strada all’attività apostolica delle donne nella Chiesa. Penso che

sia giunto il momento di abbattere nuovamente i muri e di fare spazio allo Spirito

vivente di Dio.

Si tratta del Vangelo

Leone, sei descritto come un uomo che sa ascoltare. Ed è per questo che ho il coraggio

di rivolgermi a te con parresia biblica, con franchezza, senza paura e senza esitazione: è

giunto il momento che le donne siano incluse senza alcuna restrizione in tutti i ministeri

e livelli della Chiesa. Non come un gesto, non come un’eccezione, non come un segno

simbolico. Ma in piena uguaglianza. Non si tratta di potere. Si tratta di dignità. Si tratta

della verità. Si tratta del Vangelo.

Per essere chiara: non voglio affatto questo ministero. Non l’ho mai voluto e, a quasi 70

anni, sarebbe ridicolo. Ma vorrei contribuire a trasformare radicalmente il ministero, il

servizio nella Chiesa. Così che lo riprogettiamo nuovo dalla radice, più simile a Gesù, più

fraterno e sororale. Non un privilegio esclusivo di un genere, ma un servizio comune di

uomini e donne. Questo ministero dovrà cambiare, nei suoi simboli, nella sua messa in

scena, in tutto.

Continuo a sentir dire: “Non è il momento giusto e un passo del genere provocherebbe

uno scisma”. Potrebbe sembrare inappropriato importunarti con una richiesta del

genere solo pochi giorni dopo la tua elezione. Ma probabilmente non esiste mai un

momento giusto e l’argomento non può più essere rimandato. Perché lo scisma è in atto

da tempo. È l’esodo lento e inarrestabile delle donne (e degli uomini) che non si

ritrovano più in una Chiesa che rimane simbolicamente e strutturalmente maschile.

Nella migliore delle ipotesi, questa uscita avviene sotto forma di protesta, ma il più delle

volte è silenziosa, inosservata, frustrata. Lo scandalo non è un po’ di fumo rosa sopra la

Basilica di San Pietro; Il vero scandalo è che la rappresentazione di Gesù sia ancora

messa in scena come un privilegio maschile.

Potere della messa in scena

La Chiesa cattolica è una vera maestra della messa in scena. E questo potere della messa

in scena, usato saggiamente, come atto simbolico profetico, è una grande risorsa: il

primo viaggio di papa Francesco a Lampedusa, il suo bacio sui piedi della richiedente

asilo musulmana, ecc. Capisco che tu abbia voluto inviare un segno ad alcuni dei tuoi

fratelli nel Collegio cardinalizio, tendere loro la mano quando, alla tua prima

apparizione, hai indossato di nuovo la mozzetta rossa e la stola ricamata in oro che papa

Francesco aveva abbandonato 13 anni fa, e quando hai permesso loro di baciarti l’anello.

Ma proprio perché hai sensibilità per questi segnali, spero anche che tu comprenda

quale simbolo fatale sia il fatto che, in ogni celebrazione dell’Eucaristia, espressione

centrale e cuore della comunità cristiana, a noi donne venga concessa ogni sorta di cose:

“possiamo” leggere le letture, “possiamo” cantare nel coro, non siamo più escluse dallo

spazio dell’altare come “impure” e “possiamo” forse anche fare le chierichette. Ma colui

che presiede l’Eucaristia, colui che ha il potere di annunciare il Vangelo e di interpretare

la Parola di Dio nell’omelia, colui che invoca la presenza di Gesù Cristo sul pane e sul

vino, è sempre e di nuovo inevitabilmente un uomo. Non si tratta di un’esteriorità di

poco conto che noi donne dobbiamo accettare: no, è una ferita nel cuore della Chiesa.

Diventiamo colpevoli

Non sono certamente una femminista della prima ora, né corro il rischio di seguire le

mode del momento o di sottomettermi acriticamente ai criteri di un mondo

secolarizzato. Piuttosto, sono stata cresciuta come una suora conservatrice. Ma noi

brave donne nella Chiesa, noi conformiste, noi che siamo sempre rimaste in silenzio “per

il bene comune”, diventiamo colpevoli perché contribuiamo a sfigurare il volto di Gesù

nella Chiesa.

Non dobbiamo più farlo. Il Vangelo ci obbliga a rialzarci dal nostro andare curve. A

guardare dritto negli occhi voi uomini e non tollerare più le vostre cricche maschili. Non

perché noi donne possiamo avere più potere. No, ma piuttosto perché il nostro servizio

comune al mondo diventi più credibile.

Essere donna non è una qualità morale, così come essere uomo non è una qualità morale.

Siamo peccatori e peccatrici, ma come tali, donne e uomini, siamo chiamati a rendere

presente Gesù Cristo in questo mondo che chiede a gran voce salvezza. In quanto donne,

non dobbiamo più lasciarci dividere tra femministe cattive e aggressive e pie donne

conformiste che mantengono in funzione il sistema. E certamente non tra le “donne

privilegiate del Nord con i loro problemi di lusso” e le cattoliche del Sud, la cui lotta per

la sopravvivenza insegnerebbe loro cosa conta davvero. Si tratta di unirci come donne

in vera solidarietà sororale, al di là di tutte le differenze culturali, lottare insieme per un

mondo più giusto e umano e aiutare così la Chiesa ad avere un volto più simile a quello

di Gesù.

Molte nel frattempo se ne sono andate

Nel frattempo molte delle mie amiche e compagne di viaggio se ne sono andate da questa

Chiesa. Alcune sono diventate protestanti, perché lì possono esercitare il loro ministero

alla pari, altre sono entrate in politica, perché lì possono fare di più. Capisco le une e le

altre. Altre ancora si sono arenate nella delusione e questo mi rattrista davvero tanto.

Nessuna di queste strade è aperta, per me. Sono appassionatamente, inguaribilmente

cattolica fino al midollo. Non posso fare nient’altro che essere e rimanere in questa

Chiesa. Ma proprio per questo mi aspetto da lei, con ostinata perseveranza, ciò che

sembra umanamente impossibile: che si esponga davvero, sinceramente e

profondamente allo Spirito di Dio, Spirito di Pentecoste, Spirito trasformativo.

A molti chierici verrebbe da gridare: non abbiate così tanta paura! Perché vi aggrappate

così ostinatamente al ministero esclusivamente maschile? Abbiate il coraggio di lasciare

andare, non parlate tanto di evangelizzazione, ma lasciatevi evangelizzare! Non

perderete nulla, tranne la vostra cocciutaggine e le vostre paure; piuttosto, vi ritroverete

in un’umanità più ricca e completa, capace di un servizio disinteressato verso le/gli

altre/i, verso questo mondo ferito assetato di guarigione e redenzione.

Cambiare il mondo fianco a fianco

Caro fratello Papa, dobbiamo prima conoscerti. Ma ti considero un uomo coraggioso, un

uomo che sa togliere la paura ai suoi fratelli e allo stesso tempo ha il coraggio di

cambiare ciò che sembra scolpito nella pietra. Ti sarò infinitamente grata se continuerai

con ciò con cui hai iniziato il tuo papato: la pace. Parla con coraggio e autorità contro i

“machi” autoritari di questo mondo e le loro strategie di morte. Schièrati contro le

politiche isolazioniste del Nord contro le/i migranti. Ma abbi anche il coraggio di

abbattere i muri che continuamente escludono e offendono le tue sorelle nella fede,

quelle che sostengono abbondantemente questa Chiesa. Le donne sono capaci di

leadership e responsabilità tanto quanto gli uomini. Forse per certi aspetti sono

addirittura più brave, così come per altri aspetti è certamente vero il contrario.

Non voglio che questa Chiesa resti una reliquia arcaica, lo specchio di un ordine sociale

che non è più sostenibile. Voglio che noi, donne e uomini, lavoriamo fianco a fianco per

cambiare questo mondo. E questo include anche l’inizio della piena integrazione delle

donne in tutte le posizioni di leadership nella Chiesa. Adesso. Non chissà quando.

Con determinazione, amore per la Chiesa e speranza ardente,

la tua sorella Martha

Martha Zechmeister, suora della Congregatio Jesu, è professoressa di Teolog

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