GIOVEDÌ 15 MAGGIO 2025 – ORE 18
Giardino d’Autore – Caffè Letterario & Luogo d’Incontro
Presso Bar La Fiorente & Flo Garden
Via Comunale Cannavino, 6 – Pianura, Napoli
N.B. Nell’intervista ascolterete la data del 18 maggio: l’incontro è stato anticipato al 15 maggio, per lasciare il sabato libero al sole e alla famiglia.
di Ciro Scognamiglio
C’è un momento in cui la vita smette di chiederti di capire, e ti invita semplicemente a guardare.
Quel momento arriva con una forza disarmante. Succede, ad esempio, quando una giovane voce racconta:
“Alla fine della giornata scolastica cercavo sempre di uscire per ultimo, anche se loro mi aspettavano quasi sempre…”
“Loro chi?”
“I bulletti. ‘Chiattò, ce la fai o ti dobbiamo far venire a prendere con la gru?’”
La voce cambia tono. Lo sguardo si abbassa.
Chi parla è un giovane, un “gigante bambino”, quello che in classe era chiamato “il ciccione”.
Eppure non c’è imbarazzo, né pietismo. Solo uno sguardo limpido, autentico, che lo guarda, lo ascolta, lo accoglie.
“È bellissimo,” sussurra Agostino Russo, e aggiunge:
“È l’identità, in questa società liquida dove le relazioni si scompongono e si ricompongono rapidamente, e spesso scompaiono. È un territorio che riconosce la sua gente, i suoi ragazzi…”
Una voce narrante emerge:
“Quando andavo a scuola, venivo preso di mira per il mio stile di vita…
Uno schiaffo mi ha lasciato questo segno.”
La caduta. E il riscatto.
In quell’istante, ogni barriera culturale, estetica, sociale cade.
Il ragazzo non è più un “diverso”. È un altro sé.
È qui che Agostino compie il suo gesto più alto: mostra che la comprensione dell’altro non passa dalla teoria, ma dalla capacità di guardare senza paura.
Bullismo e fallimento antropologico
Il bullismo, nella sua radice più profonda, nasce proprio dove questo sguardo manca.
Quando l’altro ci spaventa perché rompe le nostre abitudini o – peggio – rivela le nostre fragilità.
Quando reagiamo non con curiosità, ma con derisione, rifiuto, esclusione.
L’antropologia – quella viva, di strada, fatta di incontri tra popoli e cellule umane –
in teoria dovrebbe colmare queste distanze.
Costruire ponti.
Ma, come suggerisce lo stesso Agostino Russo, può diventare anche uno specchio deformante:
riflettere i nostri pregiudizi invece di superarli.
La “teoria delle necessità” di Bronisław Malinowski, uno dei padri dell’antropologia moderna, ci insegna che ogni istituzione culturale nasce per rispondere ai bisogni fondamentali dell’individuo:
sopravvivenza, sicurezza, appartenenza, riconoscimento.
Ma quando le istituzioni – scuola, famiglia, cultura – non rispondono più a questi bisogni,
e anzi li tradiscono, nasce una violenza silenziosa: bullismo, stigma, esclusione.
Cosa salva?
Salva l’ascolto. Salva l’incontro.
Salva il racconto, il sogno di un domani, anche se comincia nascosto dietro una colonna, vicino a un bidello amico.
Attraverso la giungla di sguardi cattivi, la scuola può diventare selva e salvezza,
e Giorgio, il bidello amico, ti insegna a guardare.
E quando ti guarda, non ti vede come fenomeno da studiare o caso clinico,
ma come essere umano fatto della stessa sostanza del mare: acqua e sale.
Questo è il vero dono dell’antropologia secondo Agostino Russo:
uno sguardo trasformato. Libero dalla paura, dal pietismo, dalla morbosità.
Uno sguardo che cura.
Una lezione urgente
Viviamo tempi in cui il bullismo – anche quello degli adulti, istituzionale, strutturato –
prende nuove forme.
Non più solo insulti o schiaffi, ma invisibilità, etichette, esclusioni sottili.
Contro tutto questo, Agostino oppone uno sguardo che non giudica ma riconosce.
Uno sguardo che va oltre.
Oltre la società liquida, oltre le apparenze, oltre il pregiudizio.
Un invito, per tutti noi, a ogni età, in ogni luogo:
vedere l’altro come parte di noi.
Ricordare che sotto ogni differenza, sotto ogni ferita,
siamo tutti fatti di acqua e sale.
E a chi oggi ci dice che “non contano più gli argomenti ma solo le performance”,
rispondiamo con uno sguardo, con un racconto, con un incontro.
Anzi, con-Voi.
Vi aspettiamo.
Forse siamo stati scelti per raccontarci.
Sì. Agostino e Ciro.


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