PINO RUFFO, LA POSTEGGIA E IL CUORE DI SANREMO CHE NON ASCOLTA

Di Ciro Scognamiglio Napoli Decumano Maggiore #06aprile2025

MESTIERI e PROFESSIONI

Pino Ruffo

Eppure, a Sanremo, dove il cuore della musica italiana dovrebbe battere più forte, il canto di Pino si perde tra le vetrine e i riflettori, come una preghiera lanciata al vento. Nessuno sembra ascoltare davvero quel ritmo antico, quel battito che viene dal ventre del Mediterraneo. È la posteggia che non fa rumore, che non alza la voce, che non cerca lo share. Ma è lì, a ricordare che la musica vera nasce per strada, come il pane spezzato tra fratelli. E quando nessuno ascolta, il silenzio diventa più assordante delle luci sul palco. Pino Ruffo, cantautore e percussionista, è figlio del mare, cresciuto con la sua bellezza e i suoi drammi. Giovanissimo, ha lavorato come pescatore, imparando il valore della fatica e il rispetto per la natura. Con trent’anni di esperienza, si è formato da autodidatta e ha studiato percussioni come darbuka, tamburi a cornice, cajòn e handpan. Nel 2018 pubblica Scirocco, album che affronta anche il tema dei migranti, mentre nel 2024 esce ‘O Cunto ro Mare, un racconto di Pozzuoli e dei pescatori che lo hanno visto crescere. Scrivere e comporre insieme agli amici è un atto di condivisione per Pino, che racconta il respiro delle onde che vivono in ogni sua nota, testimoni di gioie, dolori e storie infinite.

C’era una volta — ma c’è ancora, e sempre ci sarà — un uomo che portava la musica nei vicoli e nei cuori: Pino Ruffo, artista di posteggia, figlio della sofferenza e della dignità. Con la sua tamborra come compagna fedele, e i canti partenopei come figli, camminava tra la gente, non per chiedere l’elemosina, ma per offrire l’arte come un pane spezzato.

Arrivò anche a Sanremo, il tempio dorato della canzone italiana. Ma lì, nel luogo dove i riflettori brillano solo per chi ha i contratti in tasca e le etichette al collo, Pino fu dileggiato. La sua voce, che portava i secoli del canto napoletano, fu derisa. La sua posteggia, che è scuola e teatro e cuore, fu trattata come folclore di basso rango.

Ma Pino non si arrese. Raccontava male Sanremo — non con invidia, ma con verità. Lo faceva con la sua tamborra e un sorriso amaro, con la consapevolezza che la vera arte non ha bisogno di palchi, ma di cuori che ascoltano.

E allora ci domandiamo: dov’eravamo noi, intellettuali di tastiera, esperti di cultura, mentre il Comune di Sanremo assegnava da 75 anni il Festival alla Rai senza mai una gara? Proprio così: la proprietà intellettuale della rassegna è del Comune, ma è gestita come se fosse di altri. E oggi un giudice se ne accorge, mentre il presentatore — artista, sì, ma ignaro dei meccanismi della proprietà e del diritto — si trova al centro della tempesta.

Chi sceglie i testi? Chi decide i valori? Chi dà voce alla strada?

Il giornalista del vicolo — quello che annusa l’aria e ascolta i silenzi — ha visto Pino Ruffo. Lo ha riconosciuto. Non lo ha fermato. Non lo ha intervistato. Lo ha condiviso col cuore, in silenzio. Perché anche lui sa che l’arte vera è quella che si fa pane e si dona, non quella che si vende a peso d’oro nei palinsesti.

Pino Ruffo, tu sei uno di noi. Uno del vicolo storto, quello che porta alla virata, alla svolta. Anche se la tua Taberna è nella Napoli sotterranea, la tua voce è storia dei suoni, e cammina ancora nelle vene della città.

Shalom, Pino.

Portatore di verità, suonatore d’anima.

Sanremo ti ha rifiutato,

ma la storia ti ha già applaudito.

Fuoritempo – si la MUSICA ALTRA!

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