I NOSTRI PIANETI – e oggi alcuni devono dire AUGURI PAPA!

NOI ci saremo con il CUORE

Autismo e Festa del Padre: il peso di un gene, il peso del silenzio-

Di Ciro Scognamiglio 19marzo2025

Oggi, nella ricorrenza della #Festa del #Padre, mi ritrovo a riflettere su un’eredità che va oltre il semplice legame di sangue: quella di un gene, di una trasmissione silenziosa che chiude un figlio in un altro silenzio, in un altro rumore. E mentre il mondo continua il suo Bla Bla Bla, tra convegni e discorsi che si perdono nell’etere senza mai segnare davvero una strada concreta, noi scegliamo di esserci con il cuore.

Oggi vi racconto cosa significa per noi e per me il Bla Bla Bla: il solito rumore di fondo di chi cerca di farsi ascoltare, di chi lotta per ottenere risorse, di chi spera di trovare risposte. Ma in un mondo in cui le armi circolano più facilmente delle parole giuste, diventa difficile anche solo immaginare una domenica dedicata al mio Dio, un Dio che almeno mi offre una speranza metafisica trascendente, laddove ormai la speranza nell’immanenza della terra sembra dissolversi.

Cara “Lucia”, il tuo nome non è scelto a caso. Prendiamo atto, e dobbiamo prenderne atto, di doverti dire grazie per la tua volontà di ascolto. Io ho quasi 71 anni e il mio cuore fatica a reggere gli urti di questo Bla Bla Bla, della mia stessa “fuffosità”, ormai parte di quella fuffa che io stesso produco e alimento: il silenzio di fronte al rumore assordante di un mondo in guerra, un mondo che è così falso da essere falso persino nel compromesso della pace.

Ma il mio Dio resta nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato. Oggi, nella Festa di San Giuseppe, il custode di Maria, mi chiedo: chi sono oggi i custodi? Tu, Lucia, forse? E cosa chiede Dio a Davide, a noi? Non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla Sua parola, al Suo disegno. E noi? Costruiamo davvero la casa? E, soprattutto, saremo capaci di prendere decisioni sagge?

Si era come se vivessimo in due Pianeti!

Era come se vivessimo su due pianeti vicini ma in orbite diverse. Io chiamavo la mia normalità “realtà”, lui la chiamava “rumore”. Io vedevo le cose come erano, lui le sentiva come un’onda di suoni e luci senza confini precisi. Il mio mondo era fatto di logica, il suo di schegge di emozioni che si scontravano e rimbalzavano senza sosta.

Mio figlio aveva otto anni quando capii che le nostre lingue non si sarebbero mai incontrate del tutto. Guardava il cielo e diceva: “Sta gridando”. Io vedevo solo nuvole. Passavamo accanto a una strada affollata e lui si stringeva la testa tra le mani, mentre io non sentivo nulla di diverso dal solito brusio cittadino.

Un giorno accadde qualcosa che mi fece dubitare della mia stessa percezione. Eravamo in un parco, io seduto su una panchina a controllare il telefono, lui a qualche metro di distanza a fissare un punto nel vuoto. “Papà, ci sono persone dietro di noi”, disse. Mi voltai. Non c’era nessuno. “Non qui”, aggiunse lui, “dietro il tempo.”

Non sapevo cosa rispondere. Era solo una delle sue frasi criptiche, pensai. Eppure, sentii un brivido.

Dopo qualche minuto, una donna anziana si sedette accanto a me. Mi guardò con un sorriso gentile. “Bello vedere un padre con suo figlio. A volte dimentichiamo di guardarli davvero.”

In quel momento, osservai mio figlio con occhi nuovi. Non era lui a non capire il mondo. Era io che non riuscivo a sentire il suo.

Forse non era lui a vivere in un’altra realtà. Forse ero io a essere cieco a una parte del mondo che lui riusciva a vedere.

Perdita della Realtà

Oggi, Festa del #Papà, un confine invisibile ma incolmabile mi separa da mio figlio. Non è una distanza fisica, ma una barriera più profonda: la perdita del contatto con la realtà condivisa. L’autismo, in particolare nella sua forma più profonda, crea un mondo interiore autonomo, un universo parallelo dove il linguaggio si frammenta, le emozioni si esprimono in forme non convenzionali, e le relazioni si dissolvono in un codice incomprensibile.

La scienza, con i suoi studi recenti, ci dice che una parte di questa condizione è scritta nel DNA, una combinazione di mutazioni materne e varianti paterne che modellano il destino. Come padre, ho trasmesso qualcosa senza saperlo, senza poterlo evitare. Eppure, al di là del dato genetico, resta il dolore umano di un dialogo impossibile, di un affetto che non trova le parole giuste per farsi sentire.

Forse, nel silenzio, resta un linguaggio altro, che non ho ancora imparato a comprendere. Ma oggi, più che mai, sento il peso di questa distanza, di questa Festa del Papà che per me è anche il simbolo di una separazione che la scienza spiega, ma che il cuore non riesce ad accettare.

#FUORITEMPO – QUALE LINGUAGGIO!?

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