di Prof. Antonio Marfella
Per i greci antichi il disegno urbanistico di una città non era solo una questione di estetica o di logica geometrica, ma costituiva il primo e più importante presidio di salute pubblica.
Questo principio si basava sulla stretta interconnessione, tipica del pensiero ellenico, tra medicina teorica (in particolare la scuola ippocratica), armonia sociale e architettura.
Una città mal progettata favoriva il ristagno di umidità e aria insalubre, portando a epidemie e indebolimento della popolazione. Al contrario, una città geometricamente ordinata garantiva la prevenzione delle malattie agendo direttamente sui fattori ambientali.
Perché l’urbanistica era considerata salute pubblica?
La medicina scientifica greca del V secolo a.C. trovava il suo pilastro nel trattato ippocratico “Arie, acque, luoghi”. Secondo questa teoria, la salute dell’individuo dipendeva dall’equilibrio con l’ambiente circostante. La pianificazione urbana divenne lo strumento pratico per manipolare questi fattori ambientali a vantaggio della comunità.
- Orientamento e ventilazione. Le strade dovevano essere orientate per favorire i venti salutari e bloccare quelli nocivi o eccessivamente caldi. Una corretta circolazione dell’aria puliva la città dai miasmi (i “vapori tossici” che i greci ritenevano responsabili delle epidemie). Esposizione solare: le case e i quartieri venivano disposti per ricevere la corretta illuminazione solare in inverno e rimanere all’ombra nei mesi estivi, garantendo temperature interne salubri e contrastando l’umidità nei muri.
- Gestione delle acque. Una città sana necessitava di un accesso costante ad acque correnti pulite e di sistemi efficienti di canalizzazione per lo scolo delle acque piovane e reflue, evitando i ristagni (focolai di febbri e infezioni).
Ippodamo di Mileto (V secolo a.C.) è considerato il padre della pianificazione urbana occidentale. Egli non si limitò a disegnare planimetrie, ma fu un vero e proprio filosofo della politica e della società e tradusse in pietra e strade i concetti di salute e democrazia. Il suo contributo si riassume in tre punti cardine.
- Lo Schema Ippodameo (o pianta a scacchiera). Ippodamo codificò e teorizzò l’uso della griglia ortogonale. Il piano prevedeva assi stradali principali longitudinali (plateiai) intersecati ad angolo retto da vie secondarie (stenopoi), creando isolati regolari. Questa regolarità geometrica non era fine a se stessa: permetteva una distribuzione uniforme dell’aria e della luce in ogni punto dell’abitato, eliminando i vicoli ciechi e bui tipici delle città medievali o arcaiche, che accumulavano sporcizia e infezioni.
- Divisione dello spazio urbano. Ippodamo divise lo spazio della città in tre grandi aree distinte: Sacra (santuari e templi), Pubblica (l’agorà, i mercati, i tribunali), Privata (i quartieri residenziali). Separare i mercati o le zone di grande assembramento dai quartieri in cui i cittadini dormivano e vivevano riduceva drasticamente la diffusione di agenti patogeni e migliorava le condizioni igieniche generali. Oggi facciamo festival, concerti, partite di volley e quant’altro in pieno centro storico, al contrario di quanto prescritto dai nostri Padri Fondatori Greci.
- Proporzione ed egualitarismo. Nelle città di Ippodamo (come la ricostruzione di Mileto, il porto del Pireo ad Atene o la colonia di Turi), i lotti abitativi erano uguali per tutti i cittadini. Garantire a ogni abitazione lo stesso spazio, lo stesso accesso all’aria pulita e alla luce del sole significava considerare la salute un diritto collettivo e democratico, essenziale per la sopravvivenza stessa della polis.
Il disegno urbano dell’antica Neapolis (la Napoli greca fondata intorno al 470 a.C.) rispecchia quindi i canoni dello schema ippodameo attribuito a Ippodamo di Mileto. Sebbene non vi sia la certezza storica che Ippodamo in persona abbia tracciato le strade di Neapolis, la città ne applica alla perfezione la filosofia. Quest’approccio fonde principi ambientalistici (orografici e climatici) con la filosofia pitagorica, allora fortemente radicata in Magna Grecia. Il connubio tra queste visioni si esprime attraverso tre ragioni fondamentali.
- Il Pitagorismo: armonia geometrica e ordine cosmico. Per la scuola pitagorica, l’universo è governato dai numeri e dall’armonia geometrica. Ippodamo trasferì questa visione metafisica nella pianificazione della polis, considerata un microcosmo che doveva riflettere l’ordine matematico del cosmo. L’angolo retto e la scacchiera: Neapolis fu strutturata su tre grandi assi longitudinali paralleli est-ovest, le plateiai (i futuri decumani romani), intersecati perpendicolarmente da assi nord-sud, gli stenopoi (i cardini). Simmetria e Democrazia: l’uguaglianza geometrica degli isolati rettangolari rifletteva l’idea pitagorica e democratica di isonomia (uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge), garantendo lotti di terreno equivalenti per tutti gli abitanti.
- Criteri “ambientalistici”: l’esposizione ai venti e al sole (Napoli, o’ Sole mio!). Quello che oggi definiamo bioclimatica o ambientalismo era per i Greci l’armonizzazione con gli elementi naturali (aria, sole, acqua). L’orientamento della scacchiera di Neapolis non fu casuale, ma ruotato di circa 20 gradi rispetto ai punti cardinali per ragioni salutari e ambientali a cominciare dalla ventilazione naturale. Gli assi stradali vennero orientati per incanalare le brezze marine provenienti dal Golfo di Napoli (da sud) e i venti più freschi dalle colline (da nord). Questo permetteva una ventilazione costante, mitigando l’afa estiva e ripulendo l’aria della città dai miasmi urbani. L’inclinazione degli isolati garantiva che tutte le abitazioni potessero ricevere la luce solare diretta durante la giornata e l’inverno, evitando al contempo l’esposizione frontale e opprimente nei mesi più caldi.
- Rispetto dell’Orografia del Territorio. I greci organizzavano il sistema ortogonale adattandolo alla morfologia del terreno. Il pianoro su cui sorse Neapolis era lambito da colline e solcato da naturali linee di compluvio e valloni (come l’area di via Foria o di piazza Dante). L’impianto ippodameo assecondò queste pendenze naturali: la pendenza da nord verso il mare (sud) permetteva un naturale deflusso delle acque piovane, evitando allagamenti e facilitando il funzionamento delle prime reti fognarie e di raccolta idrica all’interno del tufo.
Il trattato del Medico Ippocrate “Arie, acque, luoghi” (V secolo a.C.) è il primo testo fondamentale di medicina ambientale e stabilisce che l’aria, insieme all’acqua e ai venti, è il primo e principale fattore che determina la salute o la malattia dell’uomo. L’opera collega lo stato di salute degli abitanti direttamente alle condizioni climatiche, alle stagioni, all’esposizione dei venti e alla qualità dell’aria respirata in una determinata località. Il “soffio” vitale (pneuma): nel pensiero ippocratico l’aria non è un elemento neutro, ma un agente attivo che penetra nel corpo e influisce sugli umori. L’aria cattiva o stagnante (come quella delle paludi) causa squilibri e patologie diffuse nella popolazione. Il trattato serviva al medico girovago come manuale pratico per comprendere subito i rischi sanitari di una città appena visitata, semplicemente analizzando il clima e i venti dominanti. L’aria è dunque considerata da Ippocrate il primo elemento terapeutico e patogeno, poiché il benessere fisico dipende in via preliminare dal corretto rapporto tra il corpo e l’ambiente circostante. Oggi Neapolis 2026 d.C. ha l’aria più inquinata di Milano, e non per vulcani ma per Porto, Aeroporto, traffico selvaggio e Terra dei Fuochi!
L’impianto urbanistico ortogonale del centro storico di Napoli (la celebre griglia ereditata dalla fondazione di Neapolis alla fine del VI secolo a.C.) non è sopravvissuto indenne per 2500 anni grazie a una fortuita intuizione o a una protezione miracolosa (il sangue di San Gennaro ci deve proteggere da ben altro, come ci ha ricordato nella sua ultima omelia il nostro Cardinale Don Mimmo Battaglia!), ma a causa di una precisa e consapevole valutazione geomorfologica del territorio effettuata dai coloni greci.
I fondatori greci non solo sapevano perfettamente dove si stavano insediando, ma studiarono la conformazione naturale in modo così mirato da garantire la eccezionale longevità millenaria della città.
- La scelta del sito: una roccaforte naturale. I coloni cumani scelsero il pianoro tufaceo di Neapolis delimitandolo strategicamente: a ovest e a est (verso i Campi Flegrei e verso il Vesuvio), la città antica era protetta da profondi valloni e canali naturali creati dall’erosione (come il vallone di via Foria e quello di via Carbonara). Questi burroni, oltre a fungere da fossati difensivi militari, hanno storicamente deviato le colate di fango vulcanico e i flussi piroclastici minori diretti verso il cuore dell’abitato.
- I Greci conoscevano benissimo la natura vulcanica della zona. Avevano già fondato Pithekoussai (Ischia) e Kyme (Cuma), proprio nel cuore dei Campi Flegrei. La stessa mitologia greca nacque per spiegare i fenomeni vulcanici dell’area flegrea (la Titanomachia e il gigante Tifeo imprigionato sotto la terra). Di conseguenza, la scelta di posizionare la città su un’altura tufacea isolata rispondeva anche alla necessità di stare al riparo da paludi malsane e aree a forte emissione gassosa o idrotermale.
- La stabilità del “Tufo Giallo Napoletano”. Il centro antico sorge su una spessa piattaforma di Tufo Giallo Napoletano, una roccia vulcanica formatasi circa 15.000 anni fa. Questo materiale ha due grandi vantaggi: Elasticità sismica: rispetto ad altre rocce o ai terreni alluvionali sciolti, il tufo compatto attenua le onde sismiche in modo eccellente, proteggendo parzialmente le strutture in superficie dai terremoti appenninici e vulcanici. Cave e sotterranei: sotto lo schema ippodameo (fatto di plateiai e stenopoi) si sviluppa una fitta rete di cisterne e cunicoli. Lo svuotamento del sottosuolo per estrarre i blocchi da costruzione ha alleggerito la struttura della collina e creato nel tempo fondamenta parzialmente flessibili.
- La direzione dei venti e la distanza dai crateri. Geograficamente, il centro antico di Napoli si trova in una posizione fortunata: rispetto al Vesuvio è sottovento rispetto ai venti dominanti (che soffiano verso est/sud-est). Durante le grandi eruzioni pliniane (come quella del 79 d.C. o del 1631), le ceneri e i lapilli sono stati spinti verso Pompei, Stabia o l’agro nocerino, risparmiando parzialmente Napoli da crolli catastrofici dei tetti. Rispetto ai Campi Flegrei, la caldera flegrea ha concentrato la sua attività distruttiva più recente a Pozzuoli e Agnano (ad esempio con l’eruzione di Monte Nuovo nel 1538), lasciando la collina di Neapolis ai margini della zona di massimo impatto. In sintesi, la pianta a scacchiera è rimasta intatta perché inserita in un perimetro naturale difeso dalla geologia stessa del luogo, che ha permesso alla griglia stradale di rigenerarsi continuamente sulle sue stesse macerie per venticinque secoli.
Sul piano del rischio vulcanico possiamo quindi affermare scientificamente che, grazie all’Urbanista ed Architetto Ippodamo di Mileto a Neapolis “ANCHE I RICCHI PIANGONO”.
Attualmente, i quartieri di Napoli a maggior rischio vulcanico sono infatti prevalentemente quelli occupati dalla maggiore concentrazione di cittadini ricchi ed anche con moltissimi evasori fiscali, tutti con la barca a mare (56mila richieste di posto barca rispetto a una popolazione residente complessiva in diminuzione di 950mila cittadini residenti): San Ferdinando (parte), Chiaia, Posillipo, Arenella (parte), Vomero (parte), Chiaiano (parte), Soccavo, Pianura, Bagnoli, Fuorigrotta.
Napoli ha una storia millenaria legata ai valori originari dello sport, che affonda le sue radici proprio nelle Olimpiadi greche dell’antichità. I Giochi Isolimpici di Napoli (Sebastà), istituiti nel 2 d.C. in onore dell’imperatore Augusto, erano infatti considerati i più importanti d’Occidente e gli unici, insieme a quelli di Olimpia, a mantenere lo spirito sacro, democratico e autentico della tradizione greca, celebrando il merito e l’unione dei popoli.
L’analisi dell’impatto economico e sociale dei grandi eventi sportivi in Campania (come le Universiadi di Napoli 2019 o oggi le tappe dell’America’s Cup World Series) evidenzia una forte polarizzazione nel dibattito pubblico e accademico. Definire tali eventi come “profondamente antidemocratici” è una tesi sostenuta da specifiche correnti critiche (sociologi urbani e movimenti territoriali), ma non rappresenta una verità assoluta: si contrappone infatti alla visione istituzionale che li considera volani di sviluppo e riqualificazione. Per comprendere questa dicotomia, occorre scindere gli impatti concreti sul territorio campano dalle critiche relative alla gestione democratica dei processi.
1. L’impatto Economico e Sociale sul Territorio Campano
L’organizzazione di grandi eventi in Campania ha storicamente generato effetti tangibili, catalogabili in tre macro-aree: a) Riqualificazione infrastrutturale e sportiva: il caso delle Universiadi 2019 ha permesso il restyling e la messa a norma di decine di impianti sportivi in tutte le province campane (es. lo Stadio Diego Armando Maradona, il PalaBarbuto, la Piscina Scandone). Questi investimenti generano valore economico sul territorio sotto forma di occupazione nei cantieri e indotto per le imprese locali. b) Turismo e reputazione internazionale: eventi internazionali fungono da strumenti di marketing territoriale. Attirano flussi turistici immediati e migliorano il posizionamento globale della regione, incrementando la spesa nei settori ricettivi, della ristorazione e dei trasporti. c) Rigenerazione sociale: il ripristino di strutture sportive nei quartieri periferici o complessi offre alla comunità spazi di aggregazione, promuovendo la cultura dello sport, la salute e l’inclusione sociale.
2. Perché alcuni critici li definiscono “Antidemocratici”?
La tesi che descrive i grandi eventi come “antidemocratici” si basa sulle modalità gestionali ed economiche che spesso li caratterizzano. a) Modelli di governance emergenziali: per rispettare le scadenze stringenti imposte dalle federazioni internazionali, si ricorre frequentemente a commissariamenti straordinari e procedure accelerate. Questo schema scavalca i normali canali di discussione dei consigli comunali o regionali, riducendo lo spazio di deliberazione democratica e il coinvolgimento diretto della cittadinanza nelle scelte urbanistiche. b) Asimmetria dei benefici e gentrificazione: i critici evidenziano che a fronte di ingenti investimenti pubblici (fondi regionali, statali ed europei), i benefici economici tendono a concentrarsi nelle mani di grandi gruppi imprenditoriali, player turistici o catene alberghiere. Al contempo, la valorizzazione di specifiche aree urbane può innescare dinamiche di gentrificazione, aumentando il costo della vita e degli affitti per i residenti storici. c) Rischio di “Cattedrali nel deserto”: se la programmazione post-evento fallisce, i costi di manutenzione delle grandi opere ricadono interamente sui bilanci degli enti locali (e quindi sui contribuenti), sottraendo risorse a servizi pubblici essenziali come la sanità, i trasporti locali o la scuola.
Il bilancio finale dipende da come l’evento viene integrato nella pianificazione a lungo termine del territorio campano: se gestito tramite inclusione e trasparenza si traduce in un beneficio collettivo; se gestito unicamente in logica emergenziale rischia di accentuare le disuguaglianze economiche e decisionali del territorio.
Da “Neapolis a New City”, è il portale turistico ufficiale e la piattaforma digitale lanciata dal Comune di Napoli tramite la Destination Management Organization (DMO). Che speranze teniamo se, ignorando completamente il nostro DNA e la nostra Storia plurimillenaria, la attuale amministrazione di Napoli ha pensato bene di fare pubblicità a Napoli definendo il sito turistico “da Neapolis a New City”, ignorando completamente che facendo ricorso al solito inglesizzare la nostra lingua facevano diretto riferimento al concetto di Civitas Romana (da cui l’inglese City) mentre Neapolis è, è sempre stata e sempre ha voluto essere una Polis greca?
Il De re publica (in italiano La Repubblica o Sulla cosa pubblica o Sullo Stato) di Cicerone è un trattato in forma di dialogo di filosofia politica diviso in sei libri. In una orazione Cicerone ironizzava sui romani che amavano andare a villeggiare a Neapolis innanzitutto per “tirarsi la posa” come diciamo noi oggi di parlare in greco pur essendo romani e fingersi più colti di quello che erano in realtà.
Ma oggi al Comune di Napoli sanno chi sia stato almeno Cicerone?
NOTA EDITORIALE
Il presente contributo è firmato dal Prof. Antonio Marfella e viene ospitato dal blog come intervento dell’autore. Analisi, valutazioni e affermazioni contenute nel testo sono attribuite al firmatario.
Direzione del Blog
Prof. Ciro Scognamiglio — Giornalista
