L’INCHIESTA DEL MARTEDÌ — CIRO SCOGNAMIGLIO
MALTRATTATI
DODICI MINUTI DAVANTI A UNA SERRANDA. QUARANTACINQUE ANNI DENTRO LE CARTE
Da via Giacomo Leopardi 249 alle aule giudiziarie: l’intervista a Pasquale Caputo, gli atti prodotti, le denunce e le domande che attraversano quarantacinque anni di storia familiare e giudiziaria.
Napoli, martedì 15 settembre 2026 — di Ciro Scognamiglio
FUORIGROTTA, RIONE LAURO. La strada diventa studio televisivo. Un tavolo, due microfoni, una telecamera, le carte. Dietro, una serranda che porta addosso il tempo e una parola che non ha bisogno di scenografia: GIUSTIZIA. James La Motta dirige la ripresa. La troupe lavora. Perché anche la strada ha una sua professionalità.
Io mi siedo davanti a Pasquale Caputo e scelgo di non preparare dieci domande. Ne faccio una sola.
«Signor Pasquale Caputo, piacere di conoscerla. In questa particolare Italia lei è un MALTRATTATO. Ci racconti la sua storia.»
Dodici minuti di intervista. Ma quei dodici minuti cominciano molto prima di Pasquale.
Cominciano da suo padre Giuseppe Caputo, da suo zio Antonio Caputo, fratello del padre, da una famiglia, da un negozio, da un laboratorio di pasticceria e da un indirizzo che ritorna per decenni: via Giacomo Leopardi 249, Napoli.
E cominciano, soprattutto, dagli atti.
10 APRILE 1981 — IL PRIMO FOTOGRAMMA DOCUMENTALE
Il 10 aprile 1981 un avvocato scrive a Giuseppe Caputo. Gli comunica di avere ricevuto mandato dal fratello Antonio per tentare preventivamente un bonario componimento della vertenza già sorta fra i due. È il primo fotogramma documentale che abbiamo davanti: prima ancora della causa, qualcuno prova a comporre il conflitto.
18 MAGGIO 1981 — LA CAUSA
Poco più di un mese dopo, il 18 maggio 1981, Antonio Caputo porta Giuseppe davanti al Tribunale di Napoli. Nel fascicolo giudiziario la controversia riguarda la divisione dei beni comuni e l’attività commerciale per la produzione e vendita di prodotti dolciari esercitata nel locale di via Leopardi. La causa diventa lunga, tecnica, patrimoniale. Non è più soltanto una lite fra due fratelli: entrano custodi, consulenti, sequestri, valori dell’immobile, macchinari, attrezzature, denaro, avviamento commerciale.
Le carte fotografate portano il numero di ruolo 9424 e i nomi delle due parti: Antonio attore, Giuseppe convenuto.
A un certo punto viene prevista anche la vendita all’incanto. Ma la stessa motivazione giudiziaria che abbiamo letto precisa una cosa decisiva: quell’asta, fissata su una base di ottanta milioni di lire, non era stata ancora eseguita. Il Tribunale considera quindi ancora possibile l’attribuzione dell’intero bene a uno dei condividenti, essendo stata accertata tecnicamente la non comoda divisibilità dell’immobile. L’asta, scrivono i giudici, costituisce l’extrema ratio quando nessuno dei condividenti possa o voglia ottenere l’intero.
Nelle pagine della sentenza compaiono anche le valutazioni economiche. Per negozi della zona vengono richiamati prezzi di mercato tra 1.500.000 e 2.100.000 lire al metro quadrato. L’immobile viene considerato non comodamente divisibile e il conguaglio individuato è di 40 milioni di lire, oltre interessi legali.
Qui c’è il primo punto che, da giornalista, non posso permettermi di confondere.
Una cosa è ciò che Pasquale racconta. Un’altra è ciò che una parte ha chiesto. Un’altra ancora è ciò che il giudice ha scritto. Gli atti vanno tenuti separati.
Nel fascicolo, per esempio, troviamo la richiesta di elevare il prezzo dell’immobile e, in alternativa, di fissare in 60 milioni di lire il corrispettivo per l’assegnazione della quota di Antonio a Giuseppe, con altri dieci milioni indicati per spese. Troviamo inoltre il riferimento a una valutazione dell’esercizio commerciale in 120 milioni di lire. Ma quelle sono conclusioni e richieste processuali: non vanno trasformate automaticamente nel dispositivo del giudice.
Questa distinzione è il cuore del nostro lavoro.
13 AGOSTO 1995 — CAMBIA LA VICENDA
Poi muore Antonio Caputo, il 13 agosto 1995. Da quel momento comincia un’altra storia giudiziaria.
Giuseppe, in una successiva denuncia-querela indirizzata alla Procura della Repubblica di Napoli, ricostruisce l’apertura della successione e una nuova causa promossa dalla sorella Rita sulla comunione ereditaria e sull’immobile di via Leopardi.
Ed è proprio qui che la vicenda diventa, secondo la famiglia Caputo, incomprensibile.
2008 — IL NODO DELLE NOTIFICHE
Negli atti di denuncia prodotti viene contestato il percorso delle notifiche relative alla successiva vendita all’incanto. Giuseppe sostiene che l’avviso fu indirizzato al numero 249, cioè al locale commerciale, mentre la sua residenza risultava altrove. La documentazione riferisce di una notifica del 26 novembre 2008 con esito negativo e di un successivo procedimento di notificazione ancora collegato allo stesso indirizzo. La querela contesta inoltre l’attestazione secondo cui le notifiche sarebbero state regolarmente eseguite.
È una contestazione pesantissima.
Ma scrivo esattamente ciò che posso scrivere: è contenuta in una denuncia.
L’atto documenta che Giuseppe Caputo denunciò questi fatti e sostenne di non avere avuto conoscenza legale e concreta dell’avviso prima della vendita. Non mi autorizza, da solo, a scrivere che un reato sia stato definitivamente accertato.
Questa è la differenza fra un giornalista che cerca una storia e un giornalista che cerca di resistere alla propria storia. Io devo resistere agli atti.
2015 — IL VOTO
E gli atti continuano. C’è un altro capitolo che sembra lontano dall’immobile e invece, nel racconto di Pasquale, diventa il simbolo di una famiglia che non riesce più a fidarsi delle istituzioni: il voto.
Nel 2015 Giuseppe Caputo presenta e poi ratifica una denuncia-querela ai Carabinieri di Napoli – Rione Traiano, sostenendo che, recatosi al seggio per le elezioni regionali, non avrebbe potuto votare perché il suo nome non risultava nelle liste elettorali. Anche in questo caso la carta prova certamente l’esistenza della denuncia; l’eventuale responsabilità di qualcuno richiederebbe il relativo esito giudiziario, che nel materiale consegnato alla redazione non risulta definito.
LE LETTERE ALLE ISTITUZIONI
E Pasquale non resta fermo. Scrive.
Scrive alle alte istituzioni. Scrive alla politica. Scrive al Presidente del Senato. Scrive alla Presidenza del Consiglio. Scrive persino a Papa Francesco. Raccoglie memorie, ricevute, timbri, raccomandate, querele, pagine di sentenza. Fa quello che fanno spesso i cittadini quando smettono di sapere a quale porta bussare: bussano a tutte.
La madre, nel racconto di Pasquale, non è una comparsa. È una delle persone che avrebbero pagato le conseguenze economiche e familiari di quella guerra. Il padre Giuseppe è il protagonista giuridico. Lo zio Antonio è l’altro polo del conflitto originario. Pasquale è il figlio che eredita non soltanto una storia, ma un archivio.
Un archivio che lui ha trasformato anche nel libro Maltrattati dalla Giustizia.
Ma anche qui il libro non è la sentenza.
Le sentenze raccontano ciò che i giudici hanno deciso. Le denunce raccontano ciò che Giuseppe e la famiglia hanno contestato. Le lettere raccontano la disperazione di chi chiedeva una risposta. Le ricevute raccontano che quelle lettere partirono.
E la serranda, oggi, racconta il tempo.
LA CERTEZZA GIORNALISTICA
Alla fine dei dodici minuti non ho la presunzione di dichiarare chi abbia avuto ragione in ogni passaggio di quarantacinque anni di vicende civili, ereditarie, amministrative e penali.
Ho però una certezza giornalistica.
Questa storia esiste.
Esistono la causa del 1981, il locale di via Leopardi, i provvedimenti sulla divisione, la valutazione dell’immobile, il problema dell’asta, l’attribuzione richiesta da Giuseppe, i conguagli in lire, la successione dopo la morte di Antonio, le successive contestazioni sulle notifiche, la denuncia sul voto, le lettere alle istituzioni.
Esiste soprattutto una domanda che nessun faldone riesce a chiudere:
come può una famiglia arrivare al 2026 continuando a vivere dentro carte nate quando l’Italia pagava ancora in lire?
Io non chiedo che si dia ragione a Pasquale perché Pasquale soffre. Sarebbe cattivo giornalismo.
Chiedo che qualcuno capace di leggere tutto il fascicolo, dall’inizio alla fine, dica finalmente quali parti della sua battaglia sono state definite, quali respinte, quali accolte, quali prescritte, quali ancora giuridicamente aperte e quali, invece, appartengono ormai soltanto alla memoria dolorosa di una famiglia.
Perché anche dire «qui lo Stato ha deciso definitivamente» è una risposta.
E anche dire «qui qualcosa non torna e deve essere riesaminato» è una risposta.
Quello che non può diventare normale è lasciare un uomo davanti a una serranda per decenni con la sensazione che nessuno abbia mai letto le sue carte tutte insieme.
Pasquale Caputo mi ha concesso dodici minuti. Io gli restituisco una pagina. Non una sentenza. Una pagina di giornale.
Non mi interessa chi racconta meglio la storia. Mi interessa quale storia resiste agli atti.
FUORITEMPO DI FEDE
Ho imparato che la fede non è prendere la parte dell’uomo che grida più forte. È avere abbastanza misericordia per ascoltarlo e abbastanza rigore per non mentirgli.
Se la giustizia degli uomini arriva tardi, la fede non mi autorizza a sostituirmi al giudice. Mi obbliga però a non passare dall’altra parte della strada quando un uomo mi dice: «Ascoltami.»
Mi sono seduto. Ho ascoltato. Ho guardato gli occhi. Ho aperto le carte.
Il resto non appartiene alla mia fede né alla mia penna. Appartiene alla responsabilità di chi, nello Stato, ha ancora il dovere di rispondere.
NOTA DOCUMENTALE
Il Fondo è costruito sull’intervista a Pasquale Caputo e sui materiali consegnati alla redazione: atti della causa civile iniziata nel 1981, pagine di sentenza, corrispondenza legale, atti successori, denunce-querele, documentazione sulle notifiche, corrispondenza istituzionale e il volume Maltrattati dalla Giustizia. Le contestazioni contenute nelle denunce sono riportate come tali e non come fatti penalmente accertati.
Prof. Ciro Scognamiglio — Scrittore · Giornalista
LONTANI — LA TRAVERSATA BLOG
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