LETTERE DAL DECUMANO MINORE
Ciro Scognamiglio – Giornalista di strada
Aprile 2026 – Giovedì Santo 02 aprile 2026
Buona Settimana Santa, buona Pasqua della luce. È il tempo del passaggio: dal buio alla resurrezione, dal peso della croce alla leggerezza dell’umiltà. Il pane spezzato ci ricorda la condivisione, la lavanda dei piedi ci riporta a terra, alla polvere degli uomini. E poi l’Angelo: non annuncia potere, ma speranza. Una speranza che, se non diventa gesto, resta parola vuota.
Quale Pasqua stiamo vivendo? Quella dei fratelli che muoiono o quella dei numeri che salgono? È una domanda che non concede vie di fuga, perché ci attraversa mentre leggiamo i dati economici e, nello stesso momento, scorrono immagini di corpi restituiti dal mare. Da una parte lo spread che scende, la fiducia dei mercati, una narrazione che racconta un’Italia più stabile sotto il governo guidato da Giorgia Meloni; dall’altra diciannove morti nel Canale di Sicilia, uomini e donne senza nome che non entrano nei grafici ma restano nella coscienza.
Abbiamo imparato troppo bene a distinguere ciò che conta da ciò che pesa. Il mercato misura, l’uomo scompare. Quando la Borsa sale, ci rassicuriamo; quando il mare inghiotte, commentiamo. E in questo scarto silenzioso si annida la verità più scomoda: siamo diventati spettatori addestrati. Non gridiamo più, al massimo annotiamo. Non reagiamo, analizziamo. E intanto la realtà scivola via, trasformata in dato.
Non è un processo che riguarda solo la politica o gli analisti. Sarebbe troppo facile fermarsi lì. Riguarda ciascuno di noi. Io per primo. Io che preparo il casatiello, che domani impasterò la pastiera per la mia famiglia, che vivo il rito domestico della festa mentre fuori si consuma una tragedia che non entra nella mia tavola. E allora la domanda si fa più dura, quasi insopportabile: questa è Pasqua o è solo una sua rappresentazione privata?
Perché la Pasqua, se è vera, non è separazione ma attraversamento. Non è sicurezza ma condivisione del rischio umano. Non è economia contro vita o vita contro economia: è misura dell’uomo dentro la storia. E invece noi abbiamo costruito una distanza che ci protegge e ci svuota. Una maschera, direbbe Luigi Pirandello, che ci consente di continuare a vivere senza guardarci davvero.
Intanto, altrove, c’è chi si flagella per sentirsi puro e chi si assolve dietro un bilancio. Due estremi che si toccano: idolatria e indifferenza. In mezzo, l’uomo vero, quello che dovrebbe scegliere, resta sospeso. E forse è proprio qui il punto: la Pasqua non è un rito da celebrare, ma una scelta da compiere. Ogni giorno.
Io non sono nessuno, e forse proprio per questo posso dirlo senza protezioni: non basta sapere, non basta commentare, non basta indignarsi. Se la luce non entra nei gesti, resta fuori. E noi restiamo dentro, al buio, anche quando tutto intorno parla di resurrezione.
Allora la domanda torna, semplice e definitiva: quale Pasqua vogliamo abitare? Quella che consola o quella che cambia?
Fuoritempo
L’uomo non si perde quando cade, ma quando smette di vedere chi è caduto accanto a lui.


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