LONTANI LA TRAVERSATA – Decumano Minore

COSTUMI

Napoli 30 marzo 2026

Antropologia di una sciarpa: quando il simbolo divide più dei fatti

di Ciro Scognamiglio

Lucido. Folle. Nessuno. Figlio di un deportato che non ha mai saputo davvero chi fosse suo padre. E allora lo chiedo a voi, prima ancora che a me stesso: perché vi schierate con tanta facilità? Spiegatelo anche a me.

C’è un punto, nei fatti di Gerusalemme, che sfugge a chi si ferma alla cronaca. Non è il blocco, non è la decisione di sicurezza, non è neppure la polemica diplomatica. È il simbolo. È lì che si alza il muro della verità, quello che non si vede ma separa più di qualsiasi barriera fisica.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa viene fermato mentre si reca al Santo Sepolcro. Le autorità parlano di sicurezza, la Chiesa di misura sproporzionata, ma il fatto, da solo, non basta a spiegare ciò che è accaduto, perché il fatto è superficie e sotto c’è il linguaggio dei segni.

Una sciarpa non è mai solo una sciarpa. La kefiah è storia, identità, appartenenza, ferita. Quando entra in un luogo già carico di senso come Gerusalemme smette di essere un accessorio e diventa dichiarazione, e in un tempo di guerra ogni dichiarazione viene letta come schieramento.

Qui si apre la frattura antropologica. L’uomo non combatte solo per la terra, ma per ciò che quella terra rappresenta. Combatte per simboli. E i simboli, quando toccano identità profonde, diventano detonatori. Non importa cosa si voleva dire, importa cosa viene percepito.

Si poteva evitare? Probabilmente sì. Era necessario? Probabilmente no. È stato letto come provocazione? In molti lo hanno fatto. Ma il punto non è stabilire colpe, il punto è comprendere il meccanismo.

Siamo usciti dal giurassico, abbiamo scritto testi che definiamo sacri, abbiamo costruito civiltà e istituzioni. Eppure, davanti a un segno, torniamo tribù. Le religioni nascono per dare senso, ma nella storia sono state anche usate per delimitare, separare, mobilitare. Non sono i testi a comandare, sono gli uomini che li interpretano.

La domanda allora si fa netta: chi decide davvero? La fede, il simbolo o il potere che li utilizza? Per molti giovani la risposta è immediata: comanda chi ha più forza, economica, militare, mediatica. È una verità concreta, ma incompleta. Esiste una forza più profonda e invisibile: il controllo del significato. Chi dà senso ai simboli orienta le coscienze.

Così accade che una sciarpa possa pesare più di una legge. Che un gesto possa incidere più di una decisione istituzionale. Che un luogo sacro diventi spazio di tensione globale.

Poi arrivano le spiegazioni, i chiarimenti, i “non ci siamo capiti”. Ma il segno resta. I simboli non si cancellano con le parole, si sedimentano nella memoria collettiva.

Ed è qui che la domanda iniziale ritorna, più scomoda e più vera, non su Gerusalemme ma su di noi: perché abbiamo così bisogno di schierarci? Perché ci basta un segno per decidere da che parte stare?

Forse perché lo schieramento rassicura. Semplifica. Evita la fatica del pensiero. Ma la verità non sta mai tutta da una parte sola, e chi la cerca davvero accetta di restare in piedi, nel mezzo, senza bandiera.

FUORITEMPO

Chi si schiera troppo in fretta non cerca la verità: cerca un posto dove stare.

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