Da dove vengo, chi sono e dove andiamo
Domenica delle Palme – Lettere dal Decumano Minore
Napoli Direzione CHIANURA 29 amarzo 2026
CHE DICE IL MIO OROLOGIO
Da dove vengo, chi sono e dove andiamo
Domenica delle Palme – Lettere dal Decumano Minore
29 marzo 2026. Non è una domenica qualsiasi. È il giorno in cui la folla alza le palme e crede di sapere. È il giorno in cui si applaude con convinzione, senza accorgersi che la stessa voce, tra pochi giorni, potrà cambiare direzione. La storia non è lontana, è dentro di noi. Ogni volta che aderiamo senza capire, ogni volta che ripetiamo senza verificare, ogni volta che seguiamo il coro per non restare soli, stiamo vivendo la nostra Domenica delle Palme. E allora il mio orologio, oggi, non segna l’ora: segna una domanda precisa, scomoda, inevitabile — sto guardando la verità o sto seguendo la folla?
Sono solo, e non è una dichiarazione amara ma una condizione necessaria. Perché nella solitudine il rumore si abbassa e resta il tempo, quello reale, non quello convenzionale. Non l’ora legale o solare, non l’orologio imposto dalle abitudini sociali, ma il tempo che misura la distanza tra ciò che siamo e ciò che accettiamo di essere. In questi giorni abbiamo spostato le lancette, abbiamo discusso di risparmio energetico, di sonno, di effetti sulla salute, eppure la questione vera non è mai stata l’orologio. È la nostra disponibilità ad accettare senza capire.
Il cambio dell’ora è uno strumento tecnico, nato per esigenze storiche legate all’organizzazione della società industriale. Non cambia il tempo, non modifica la luce, non incide sulla natura. Sposta semplicemente il modo in cui distribuiamo le nostre attività. Eppure attorno a questo gesto minimo si costruisce ogni anno una rete di convinzioni imprecise, di frasi ripetute, di verità apparenti che diventano certezze solo perché circolano. È qui che si innesta il primo livello della falsità: la confusione tra percezione e realtà. Ci sentiamo più stanchi e diciamo che “fa male”, ci sembra inutile e diciamo che “non serve”, senza mai entrare davvero nel merito dei dati, dei contesti, delle trasformazioni avvenute nel tempo.
Ma fermarsi qui sarebbe superficiale. Perché il problema non è l’ora legale. Il problema siamo noi. La domanda cambia direzione e diventa più radicale: perché accettiamo così facilmente ciò che non conosciamo davvero? Qui entra in scena il sistema. Non come entità misteriosa, ma come struttura concreta fatta di abitudini, linguaggi, interessi, velocità. Il sistema non è solo chi decide, è anche chi aderisce. Non è solo comando, è consenso.
E il consenso oggi è immediato. Si costruisce sulla rapidità, sulla semplificazione, sull’urgenza di avere un’opinione pronta. Si crede prima di capire, si parla prima di verificare, si condivide prima di pensare. In questo scarto si forma una falsità diffusa, quotidiana, quasi invisibile perché normalizzata. Non serve mentire apertamente: basta non approfondire.
La Domenica delle Palme, riletta fuori da ogni retorica, diventa allora una chiave antropologica potente. È il momento in cui la folla riconosce, accoglie, esalta. Ma è anche l’inizio di un processo che porterà la stessa folla a cambiare posizione. Non è un’anomalia storica, è una dinamica umana. Il bisogno di appartenere prevale sul bisogno di comprendere. L’adesione precede la verità.
In questo scenario la solitudine assume un valore diverso. Non isolamento, ma distanza critica. Non rifiuto del mondo, ma rifiuto della superficialità. È in questa posizione che nasce la domanda più difficile: chi conduce il sistema? Non esiste una risposta unica. Il sistema è una rete complessa in cui si intrecciano potere, comunicazione, economia, cultura. Ma soprattutto è alimentato da ciascuno di noi ogni volta che rinunciamo a un dubbio per comodità, ogni volta che scegliamo la frase pronta invece del ragionamento, ogni volta che preferiamo il consenso alla verità.
Il tempo, allora, smette di essere una misura neutra. Diventa uno strumento di lettura. L’orologio non segna solo le ore, segna il grado della nostra adesione. Da dove vengo non è nostalgia ma radice. Chi sono non è definizione ma tensione continua. Dove andiamo non è destino ma direzione costruita, spesso inconsapevolmente, dentro scelte quotidiane che sembrano irrilevanti.
Resta un’immagine semplice, quasi da strada, ma precisa: il biliardo. Le traiettorie appaiono complesse, inevitabili, determinate da urti successivi. Ma tutto nasce da un gesto iniziale, da qualcuno che “acchitta” il pallino, da una direzione data prima di ogni movimento. Da lì il resto sembra naturale.
La domanda vera non è più chi ha tirato il colpo.
È quante volte abbiamo accettato la traiettoria senza chiederci da dove partisse.
Fuoritempo
Il tempo non mente.
Siamo noi che, per non restare soli, impariamo a chiamare verità ciò che ci rassicura.

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