A Casa Mehari il bivio dell’uomo: parola o pistola- Grazie SINDACO che ci hai concesso di confrontarci… sUL TEMA Di ++maltrattati**.

LONTANI LA TRAVERSATA

Editoriale del Direttore

A Casa Mehari il bivio dell’uomo: parola o pistola

QUARTO — Non è stata una semplice presentazione di libro.

A Casa Mehari si è consumato qualcosa di più profondo: un passaggio civile, ma soprattutto umano.

Ringraziamo il sindaco Antonio Sabino per l’ospitalità e per le parole che hanno riconosciuto il valore di un incontro capace di tenere insieme diritto, coscienza e dignità. Non è un fatto scontato. È un segnale.

Di alto livello il parterre delle presenze, costruito con misura e intelligenza dalla moderatrice Barbara Melcarne, artista poliedrica e figura di riferimento nel tessuto culturale del territorio. La sua conduzione, attenta e mai invasiva, ha saputo dare ritmo e profondità al confronto, tenendo insieme linguaggi diversi — giuridici, sociali e umani — senza disperderne il senso.

La Melcarne si conferma presenza preziosa al fianco delle istituzioni, capace di trasformare ogni occasione pubblica in un servizio concreto alla comunità. La sua azione, radicata nella comunicazione artistica e culturale, rappresenta un valore aggiunto stabile per Casa Mehari, luogo dove il “fare” non resta dichiarazione, ma diventa pratica quotidiana.

Una presenza, la sua, che non si misura solo nell’organizzazione, ma nella capacità di generare connessioni vere tra persone, idee e responsabilità.

La presentazione del libro di Pasquale Caputo, Maltrattati dalla giustizia, ha aperto un varco. Non solo nel dibattito pubblico, ma dentro una questione più radicale: il rapporto tra la parola e la forza, tra il dire e lo sparare.

È qui che si colloca quello che abbiamo definito un “flesso esistenziale”.

Un punto preciso dell’esperienza umana in cui non si può più restare neutrali.

Durante l’incontro ho richiamato la figura di Giancarlo Siani, giovane cronista che nel 1985 fu fermato da colpi di pistola mentre esercitava il diritto più alto: raccontare la verità.

Siani non è solo memoria.

È misura.

Misura di ciò che accade quando la parola diventa pericolosa per chi teme la verità. Misura di ciò che accade quando la pistola tenta di chiudere una storia che invece continua.

Perché la parola, quando è autentica, non muore con chi la pronuncia.

Da anni sosteniamo che l’uomo — il cosiddetto sapiens — attraversa la propria esistenza su binari paralleli. Vive, spesso, senza scegliere davvero. Si adatta, scorre, osserva.

Ma arriva un momento — e arriva sempre — in cui è chiamato a decidere.

È lì che si gioca tutto:

se stare dalla parte della parola

o dalla parte della pistola.

Non è una scelta teorica. È concreta, quotidiana, spesso silenziosa.

E riguarda ciascuno di noi.

Casa Mehari, bene confiscato alla criminalità e restituito alla comunità, si conferma così non solo luogo simbolico, ma spazio reale di libertà. Un luogo dove la parola può ancora circolare senza essere intimidita.

E questo, oggi, è già una presa di posizione.

Il nostro ringraziamento al sindaco Sabino va proprio in questa direzione: aver garantito ascolto significa aver riconosciuto che le istituzioni, quando sono presenti, possono essere presidio della parola.

E non della paura.

Fuoritempo

La storia la scrivono gli uomini.

La verità la difende chi sceglie l

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