Pomicino, la politica e l’intelligenza Diceva una cosa semplice e durissima: gli ideali vanno controllati con intelligenza. E lui, di intelligenza, ne aveva molta.

LONTANI LA TRAVERSATA – FONDO DEL DIRETTORE

Pomicino, la politica e l’intelligenza degli ideali 21marzo2026

Non è stato mai “dei miei”. E proprio per questo mi ha insegnato.

Paolo Cirino Pomicino è stato uno di quegli uomini che, anche quando non li condividi, ti costringono a studiare, a capire, a non restare superficiale. E questo, oggi, vale più di tante appartenenze dichiarate.

Ricordo la sua storia: medico, segretario ANAO, una carriera costruita con studio e competenza. Poi la scelta di lasciare tutto per la politica, non per improvvisazione ma per visione.

A casa sua lo incontrai la prima volta che avevo 21 anni. Ci siamo ritrovati a raccontarci a distanza di una vita, io a 72 e lui a 87. Le strade si sono sempre incrociate. Senza appartenerci davvero, ma senza mai ignorarci.

Diceva una cosa semplice e durissima: gli ideali vanno controllati con intelligenza. E lui, di intelligenza, ne aveva molta.

Un democristiano vero. Andreottiano. E dire andreottiano significa aver scelto chi ha comandato in questo Paese ed esserne stato artefice, nel bene e nel male.
Giulio Andreotti fu la sua scuola, il suo riferimento, la sua linea.

Paolo Cirino Pomicino, morto all’età di 86 anni, è stato uno degli ultimi testimoni del potere della Democrazia Cristiana. Una Dc sempre rimpianta, ma mai davvero compianta.

Ministro negli anni d’oro della Prima Repubblica, sette volte deputato, presidente della Commissione Bilancio, incarnava un modo di fare politica che oggi appartiene al passato: proporzionale vero, territori, partiti capaci di strategie lunghe.
Ma anche accordi sottobanco, correnti, trattative estenuanti, furbizia dorotea, sarcasmo lapidario.

Era tutto questo. Senza ipocrisie.

Amante della vita, nato a Napoli il 3 settembre 1939, quinto di sette figli, cresciuto in una famiglia dove si tifava per squadre diverse e si votavano partiti diversi, senza mai rompere il legame. Una scuola di tolleranza vera.

La prima parte della sua vita lo vide medico affermato, specializzato in malattie nervose e mentali. Poi, nel 1974, l’incontro con Andreotti. Da lì il salto: Parlamento, potere, Napoli come laboratorio politico.

Fu avversario di Antonio Gava e Ciriaco De Mita, capo della corrente andreottiana, uomo che conosceva tutti e con tutti sapeva trattare. Si muoveva tra politica e poteri economici, intuendo prima di molti lo scontro tra finanza e politica.

Divenne simbolo della Commissione Bilancio, con i suoi “vol-au-vent”, segno di una visione: il governo è di tutti.

Poi Tangentopoli. L’operazione Mani Pulite.
Quarantadue processi.
Quaranta assoluzioni, due condanne.
Diciassette giorni a Poggioreale.
Il cuore malato. I domiciliari.

E anche lì, senza nascondersi, disse:
“Le tangenti? La corruzione? Sono stati il prezzo pagato per la stabilizzazione del Paese.”

Una frase che pesa ancora oggi.
Che divide.
Che racconta un’epoca.

Il 30 settembre 2022 lasciò un altro pensiero: tutti parlano di diritti, nessuno parla di doveri. Non era una battuta. Era un avvertimento.

“Venite alla luce, sepolcri imbiancati.”
Forse anche questo ci è stato chiesto di dire.

Perché il mio ordine è la libertà. Anche come Direttore. Anche nel mio giornale. È la mia iuta, il mio modo di restare vivo raccontando una storia: quella di questo Paese.

Alla famiglia, alle figlie, a Luigi e Roberto dico questo: Paolo, pur non condividendolo, ha creduto a modo suo. E si è fatto amici e nemici, come accade a chi vive davvero dentro la politica.

Non condivideva il mio idealismo e io non condividevo il suo. Eppure anche lui, a modo suo, è stato un idealista.

Oggi mi fermo in ultima fila, in una chiesa, in silenzio, a pregare. Con un dolore che non nasce dall’appartenenza ma dal riconoscimento.

E a te, Paolo: continuerai a discutere, lo so, con Mario.
Non fate arrabbiare ’o Masto.
State composti, nel vostro modo di appartenervi: tu democristiano, lui socialista.

So che vi siete già incontrati.
A Marechiaro.

FUORITEMPO
La storia non la fanno i puri.
La fanno gli uomini che si espongono, e poi pagano.

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